Caffè amarissimo per il top management di Starbucks, quello servito nella prima metà del 2024: Laxman Narasimhan, Ceo della multinazionale celebre per i suoi store e prodotti iconici, dopo un anno di mandato è già sulla graticola per i risultati deludenti sul piano commerciale e finanziario. In sei mesi Starbucks ha perso quasi il 20% del suo valore azionario e a maggio ha riportato dati negativi per il primo trimestre dell’anno, con un calo del 2% del fatturato che si prevede possano essere confermato dai risultati del successivo trimestre che saranno diffusi martedì.
Nei giorni in cui McDonald mostra il primo calo di fatturato dai tempi del Covid-19, per Starbucks la recessione trimestrale sembra destinata a diventare più strutturale. E Narasimhan è sempre più nell’occhio del ciclone da parte degli azionisti: l’ex direttore commerciale di Pepsi, entrato in azienda per guidare Starbucks dopo l’addio alla leadership di Howard Schultz, fondatore dell’azienda, simbolo della catena nata negli Anni Ottanta e diventata iconica ai tempi della Grande Recessione come hub di incontri e networking tra giovani in cerca di lavoro, si trovava di fronte un ruolo improbo. Ovvero dare continuità al padre di Starbucks, ora ancora al sesto posto tra i suoi primi azionisti, che come un Michael Jordan del management ha scelto di ritirarsi per la terza volta, ovvero concludere la sua terza esperienza di Ceo di Starbucks.
Narasimhan, ex manager McKinsey appartenente alla carica di ambiziosi professionisti di origine indiana che si stanno facendo strada in America, aveva promosso un piano a tutto campo che prevedeva, ricorda il Financial Times, “l’apertura di otto nuovi negozi al giorno in tutto il mondo, l’arruolamento di decine di milioni di nuovi clienti nel suo programma di premi, il taglio di 4 miliardi di dollari di costi e l’aumento degli stipendi dei baristi”. I risultati sono stati inferiori alle aspettative.
Narasimhan si trova di fronte a una profonda difficoltà nel gestire l’immagine un tempo estremamente benevola dell’azienda, su cui pesa inoltre, come ha ricordato il Ft, lo scivolone comunicativo sul piano della guerra Israele-Hamas. Narasimhan ha stigmatizzato il sindacato interno a Starbucks, Workers United, per aver espresso esplicita solidarietà a Gaza dopo i bombardamenti israeliani in risposta agli attentati del 7 ottobre. Secondo molti analisti, ha segnalato la Abc, la lotta di Starbucks alla sindacalizzazione dei dipendenti di 400 negozi negli Usa e la presa di posizione su Gaza ha danneggiato l’immagine di un’azienda storicamente associata a progressismo e inclusività davanti alla sua clientela tipo: giovane, istruita, attenta a temi sensibili, spesso schierata nel campo liberal.
Una spina nel fianco per un gruppo che ha bisogno di produrre profitti e avere stabilità per mantenere le aspettative di un azionariato che rendono Starbucks un gruppo al tempo stesso di gestione di punti vendita e caffetterie e un’azienda profondamente finanziarizzata. Tra i primi detentori di azioni si segnalano infatti Vanguard (9.57%), BlackRock (6,71%) e State Steeet Corporation (4,05%), tre dei nomi più nobili del capitalismo Usa. Dietro i quali si posizionano anche Morgan Stanley (2,50%), Bank of America (1,76%) e Royal Bank of Canada (1,14%) con quote tutt’altro che minori.
Per il Ceo, aver perso in un anno 30 miliardi di capitali può essere tutto fuorché un buon biglietto da visita di fronte agli azionisti. E ora il gruppo deve scontare, tra le altre cose, le rigidità legate alla difficoltà ad abbassare i prezzi senza danneggiare l’immagine premium costruita negli anni, l’eredità di una vischiosa inflazione e i dilemmi sulla sua popolarità. Non sarà facile risolvere in tempi brevi questi dubbi. E la posizione del Ceo, chiamato a sostituire Schultz, colui che per Starbucks è stato l’equivalente di Michael Jordan per i Chicago Bulls, ovvero l’artefice dei grandi successi, è sempre più precaria in un mondo che chiede una cosa sola ai manager: profitti, profitti e ancora profitti. Sempre più difficili da realizzare e, soprattutto, mantenere in tempi complessi e di navigazione agitata per l’economia americana e globale.