Nelle ultime settimane l’Unione Europea si è avvitata su sè stessa e si è incamminata verso una delle più gravi crisi della sua storia a causa delle divisioni interne legate alla risposta all’emergenza coronavirus. Christine Lagarde ha pasticciato alla guida della Bce, prima di porre in campo uno stimolo monetario che dovrà necessariamente saldarsi alla politica fiscale; la Commissione di Ursula von der Leyen ha lasciato spazi di autonomi agli Stati nazionali sulle politiche di bilancio ma appare, sulle reazioni politiche comuni, eccessivamente appiattita sulle posizioni della Germaniadi Angela Merkel. Berlino fa quadrato con i super-falchi del rigore attorno al rifiuto dell’emissione di titoli collettivi anti-crisi per l’Eurozona (Eurobond), e la rigorista per eccellenza, l’Olanda, chiede addirittura per i Paesi in crisi l’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità.

L’attivazione del Mes non aiuterebbe concretamente alla risoluzione della crisi ma impegnerebbe politicamente i Paesi di riferimento per il fondo salva-Stati, tra cui probabilmente l’Italia, a mettere in campo dopo la crisi pesanti pacchetti di misure di austerità come condizionalità. Per Roma e gli altri Paesi del blocco “mediterraneo” che si è saldato con Francia e Spagna andrebbe molto meglio, come alternativa, puntare su istituzioni europee più rivolte alla crescita. Strutture economiche molto spesso sottovalutate ma capaci di giocare un ruolo nella risposta agli eccessi dei rigoristi.

L’economista Alberto Quadrio Curzio ne ha individuate tre in un’analisi per l’Huffington Post: si tratta della Banca Europea Investimenti (Bei), del Fondo Europeo per gli Investimenti (Fei) e del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (Feis).

La Bei, basata in Lussemburgo, è sicuramente la più nota dei tre apparati. Ma, al tempo stesso, risulta forse l’istituzione strategica più sottovalutata nel discorso collettivo comunitario. Il suo obiettivo principale è il contribuire a finanziare i progetti di lungo termine di costruzione di capitale fissonei Paesi dell’Unione, dalle infrastrutture di trasporto alle reti idriche ed energetiche. Nel contesto della crisi del coronavirus, la Bei non ha perso tempo e ha avviato un piano per creare una linea di credito di 40 miliardi di euro per le imprese europee, forte della sua solidità. Come sottolinea Quadrio Curzio, la Bei “ha fondi propri per 71 miliardi, ha in atto quasi 600 miliardi di prestiti di cui circa 100 da erogare, una raccolta sul mercato di 450 miliardi con emissioni obbligazionarie che hanno una solidità quasi ineguagliata al mondo. Nel 2019, con 63 miliardi di prestiti (a cui vanno aggiunti 10 miliardi del Fei) ha mobilitato 280 miliardi di investimenti”. Ora il governo italiano pare interessato a mettere in campo un piano di rilancio della Bei come strumento necessario per varare le emissioni di Eurobond e gestirne operativamente il sostegno all’economia reale.

Partecipato per circa il 60% dalla Bei è il Fondo europeo per gli investimenti (Fei), che ha poi nel suo capitale per il 29% la stessa Unione Europea e per il 9% un consolidato gruppo di banche europee. Braccio operativo della banca, il Fei è stato progettato negli Anni Novantacome fondo a sostegno dell’innovazione tecnologica. Ha un capitale minore, pari a 3 miliardi di euro, ma un’elasticità operativa che gli permetterebbe di portare denaro fresco a progetti economici e industriali promettenti per il rilancio dell’anemica economia europea.

Il Feis, sottolinea l’autore, è il più recente degli strumenti. Esso “è stato varato con il Piano Juncker del 2015 per riportare gli investimenti nella Ue ai livelli pre-crisi 2008 quindi a una quota sul Pil Ue del 22-23%. Con un complesso meccanismo di garanzia e di prestiti Bei e della Commissione Europea per circa 30 miliardi si stima che abbia già mobilitato circa 350 miliardi di investimenti pubblici e privati con un moltiplicatore quindi molto alto. Al 2020 si stima di arrivare a 500”.

La potenza di fuoco combinata di Bei, Fei e Feis è notevole e decisamente interessante. Messa assieme e potenziata, fornirebbe all’Unione una “Troika buona”, un arsenale che annullerebbe qualsiasi tentazione di ricorso al Mes e alle sue evitabili conseguenze. Incredibile pensare come un ristretto gruppo di Paesi, prima ancora della Germania i super-falchi Austria e Olanda, stia mandando allo schianto l’intera Unione su questioni di retroguardia legate a una lettura iper-ideologica dei rapporti di forza economici quando nella stessa galassia comunitaria istituzioni per rilanciare la crescita non sono affatto assenti. Segno del fallimento dell’Ue come progetto politico lungimirante. Incapace per attitudine di cogliere le opportunità al suo interno e, per questo, condannata a essere sempre un passo indietro rispetto al resto del mondo. Forse anche per questa cecità si combatte la battaglia di retroguardia del Mes: i Paesi del rigore cantano l’Europa come il futuro, ma fanno di tutto perché essa diventi presto una storia del passato.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME