Il coronavirus porta le borse mondiali sull’ottovolante. I mercati finanziari azionari subiscono scossoni a ripetizione, alternando sedute di guadagno a tonfi rumorosi. Dopo aver conosciuto la peggiore settimana dai tempi della Grande Recessione, Wall Street ha inaugurato un’altalena a cui non ha potuto porre freno la manovra emergenziale della Fed, che ha tagliato nuovamente i tassi d’interesse, e su cui non ha impattato l’evoluzione delle primarie democratiche, ridotte a scontro a due tra Bernie Sanders e Joe Biden.

I mercati asiatici, invece, sono rimasti a galla per la spinta propulsiva del maxi-stimolo cinese da oltre 750 miliardi di dollari di febbraio prima di conoscere un brusco scossone il 6 marzo dopo l’emergere di una crescente incertezza sulla risoluzione della crisi del coronavirus e le prime, gravi previsioni sui contraccolpi sulla crescita globale emesse dall’Ocse e da diverse istituzioni finanziarie internazionali. Il 6 marzo le azioni dell’indice Nikkei di Tokyo è arretrato del 2,72% portandosi a 20,749 punti, stesso ordine di misura per il Topix che scende del 2,79%. Seoul termina con un – 2,16%, mentre perdite più contenute hanno fatto registrare le borse cinesi, con Shanghai che scivola dell’1,2% e Shenzhen dello 0,70%. Male anche Taiwan (-1,68%) e gli altri mercati, da Hong Kong (-2,37%) a Singapore (-1,74%).

In Europa, la situazione è altrettanto fosca per i mercati azionari: la prima settimana di marzo ha penalizzato notevolmente i listini del Vecchio Continente, come Londra, Parigi, Madrid e Milano, con Piazza Affari spesso maglia nera della giornata.

Cosa sta succedendo? Come altre volte nelle fasi di crisi, gli investitori compiono un’operazione di flight to quality. Una vera e propria corsa a prodotti finanziari considerati equiparabili a beni-rifugio. Nei mercati europei l’esempio per eccellenza è rappresentato dal Bund tedesco, l’obbligazione sovrana decennale del governo di Berlino. Lo possiamo constatare dalla fiammata improvvisa dello spread Btp-Bund, salito a circa 190 punti base, avvenuta nelle ultime giornate: salvo una breve fiammata, il rendimento del titolo decennale italiano è sempre oscilalto attorno all’1-1,10%, ma il contemporaneo calo del rendimento del Bund, sceso al nuovo minimo storico a -0,74%, ha spinto in alto il differenziale.

A picco, per la crescente domanda nei loro confronti, anche i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi. Il Treasury Bond ha cresciuto una domanda crescente che ne ha deprezzato il rischio e di conseguenza ridotto le cedole in ogni sua versione. Tra il 2 e il 5 marzo, ad esempio il buono a un anno ha quasi dimezzato il rendimento (da 0,89% a 0,48%), quello a due ha perso il 30% del suo valore (da 0,84% a 0,59%) e, per la prima volta da diversi mesi, si è stabilizzata la curva del rendimento. Fino a pochi giorni fa, infatti, il bond a un anno era considerato più rischioso dei Treasury a due, tre e cinque anni, segno che il mercato dei titoli di Stato riteneva probabile una crisi esogena nel breve periodo. Ora che le borse subiscono la dura “correzione”, il sentiero torna a essere regolare, e infatti i cali nel rendimento sono sempre più ridotti mano a mano che la durata dei Treasury si allunga.

Il Financial Times, infine, segnala nell’oro un ulteriore bene rifugio capace di acquisire nuova centralità in questi giorni, sottolineando come il suo prezzo sia aumentato del 6% nella settimana iniziata lunedì 2 marzo, fino a sfiorare i 1.700 dollari all’oncia. Gli investitori cercano solidità e stabilità in una fase confusa, facendo intendere che il rally ruggente delle borse è oramai terminato.

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