Il Dragone continua a correre ma rallenta il passo. L’ascesa della Cina non si ferma, eppure nel suo sistema economico si iniziano ad intravedere alcune crepe che rispondono a ragioni di varia natura. Tra le cause esogene dobbiamo per forza inserire la guerra dei dazi con gli Stati Uniti, un braccio di ferro commerciale che ha toccato più settori industriali e indebolito il Dragone. Le motivazioni endogene sono tuttavia ben più ampie, a cominciare dallo stesso funzionamento dell’economia cinese che ha fatto emergere alcune importanti contraddizioni. La più importante di tutte è la diversa gestione delle risorse pubbliche delle amministrazioni locali, spendaccione oltre ogni limite, e del governo centrale, molto più attento nell’indirizzare i denari là dove sono richiesti. Questo contribuisce a creare un debito enorme, ampliato dalla scellerata gestione di certi istituti bancari locali risollevati a un passo dal baratro e da “bolle” sempre sul punto di esplodere, in primis quella immobiliare.
Il modello economico cinese ha esaurito la sua spinta
Gli ultimi dati ufficiali parlano di una crescita del pil nel secondo semestre – cioè da aprile al giugno scorso – del 6,2%, un valore che rientra nella forbice prefissata dalle autorità compresa tra il +6% e il +6,5% per il 2019. Risultato ottimo, ma il pil cinese ha perso lo 0,2% rispetto al trimestre precedente e lo 0,4% rispetto al 2018. È analizzando questo scenario che la Banca Mondiale ha pubblicato un rapporto ripreso da Nikkei Asian Review in cui spiega come il tasso di crescita economica della Cina rischi di scendere all’1,7% entro il 2030 qualora il governo non attuasse una serie di riforme specifiche per migliorare l’allocazione delle risorse del paese. L’incipit dello studio è lapidario: al termine di quattro decenni di crescita assurda la Cina è adesso entrata in una nuova fase, caratterizzata da una crescita più lenta. Proprio la crescita lenta, avvisa il paper, sarà la nuova normalità di Pechino perché i vecchi motori della crescita su cui ha fatto affidamento hanno ormai fatto il loro dovere e non sono più utilizzabili. Quali erano questi motori? La forza di lavoro in crescita, l’espansione della produzione, la migrazione dalle campagne alle megalopoli, l’apertura verso gli investimenti esteri. In Cina iniziano infatti ad apparire sacche di disoccupazione, la produzione è in calo a causa della Trade War, le città sono sature e gli investimenti esteri preferiscono delocalizzare nel vicino Vietnam.
Rallentamento inevitabile
La Cina dovrebbe quindi concentrarsi sulla continua crescita della produttività per adattarsi al nuovo contesto. Senza adattamento, la crescita del pil potrebbe presto scendere dal +6,6% del 2018 al +4% del 2020 all’+1,7% del 2030. Se Xi Jinping darà il via a una serie di riforme moderate, la crescita potrebbe toccare quota +5,1% nel 2020 e +2,9% nel 2030: sempre in calo ma un calo più moderato. Pechino, come detto, deve aumentare la produttività e per farlo dovrà, nell’ordine, riformare i mercati finanziari, del lavoro e fondiari. Per quanto riguarda il lavoro, la Cina dovrebbe rivedere il sistema di registrazione delle famiglie, che impedisce ai migranti nelle città di accedere ai servizi pubblici, e garantire concorrenza leale tra imprese pubbliche e private. Riguardo i mercati finanziari e fondiari, urge una gestione più attenta da parte delle autorità unita a un maggiore controllo per evitare operazioni rischiose. Al di là di tutto, una cosa è certa: la Cina rallenterà. Il problema è che quando la Cina frena, anche il resto del mondo rallenta bruscamente, a cominciare dai mercati emergenti. E questo potrebbe essere un problema enorme.
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