L’economia argentina non naviga in buone acque ed il nono default della sua storia, raggiunto nel tardo pomeriggio del 22 maggio, è lì a testimoniarlo. L’esecutivo peronista di Alberto Fernandez non ha onorato il pagamento di una tranche del debito, dal valore di 500 milioni di dollari su 65 miliardi totali e ciò ha portato ufficialmente l’Argentina in bancarotta. Il default, però, non ha posto fine alle trattative tra Buenos Aires ed i creditori, tra cui ci sono il Fondo Monetario Internazionale ed investitori di peso come l’hedge fund statunitense BlackRock: una soluzione concordata per uscire dallo stato di crisi, dunque, è ancora possibile. Secondo Gabriel Torres, vicepresidente di Moody’s, le cui parole sono riportate dalla Reuters, “l’Argentina ha una lunga storia per quanto concerne i default e molti ritengono che questo non sarà l’ultimo”. Torres ha anche aggiunto che Buenos Aires dovrà “pagare le cifre concordate”. Per Todd Martinez, direttore della sezione latinoamericana di Fitch, “gli effetti destabilizzanti del default potrebbero essere minimi qualora continuino i progressi verso un accordo finale”.

Un’economia in crisi

Il quadro macroeconomico argentino non induce all’ottimismo: il Paese è in recessione da due anni (il Pil si è contratto del 2.5 per cento nel 2018 e di circa il 3 per cento nel 2019), il 33 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il tasso d’inflazione ha superato il 50 per cento e l’inizio del 2020 è stato segnato dall’arrivo del coronavirus. La diffusione del morbo, che ha contagiato quasi diecimila persone e provocato la morte di 416, non ha fatto altro che aggravare una condizione già precaria e qui come altrove ha provocato un’ulteriore spirale recessiva. Il Ministro dell’economia Martin Guzman ha ostentato sicurezza affermando che “la trattative con i creditori hanno avuto successo e daranno a Buenos Aires la possibilità di rimettersi in piedi”. Far ripartire il motore produttivo del Paese non sarà comunque facile: la paralisi del commercio internazionale provocata dal Covid e le fragilità dell’economia argentina continueranno a gravare sulle spalle della Casa Rosada. Il mandato del presidente Fernandez è però solo agli inizi: non sono previste elezioni fino al 2023 e molto potrebbe cambiare nel corso dei prossimi tre anni.

L’eccezionalità di Buenos Aires

Le prossime mosse di Buenos Aires non possono prescindere da una considerazione di base: l’Argentina è retta da una maggioranza politica di sinistra e contrapposta ai pesi massimi del Continente, dagli Stati Uniti al Brasile passando per Colombia e Perù, che invece guardano a destra. Il supporto necessario, in questo momento difficile, potrebbe giungere da più lontano e nello specifico dalla Repubblica popolare cinese. Buenos Aires e Pechino hanno relazioni molto cordiali, coltivate durante la presidenza di Cristina Fernández de Kirchner tra il 2007 ed il 2015 e un flusso di scambi commerciali significativo: il 20 per cento dell’import argentino proviene da Pechino. Questo flusso è perlopiù unidirezionale: c’è infatti un deficit di 2 miliardi di dollari negli scambi tra le parti e questo grava sulle spalle dell’Argentina. La Repubblica Popolare ha comunque aiutato la Banca Centrale argentina a potenziare le proprie riserve in valuta estera e Buenos Aires potrebbe beneficiare della partecipazione cinese, nel prossimo futuro, alla costruzione di alcuni progetti infrastrutturali.

Il ruolo del Fondo monetario internazionale

Gerry Rice, portavoce del Fondo monetario internazionale, ha espresso ottimismo in merito alla possibilità che Buenos Aires ed i creditori possano raggiungere un accordo nel prossimo futuro. Secondo Rice, infatti, la volontà mostrata da entrambe le parti di voler raggiungere un’intesa sarebbe “incoraggiante”. L’ottimismo di Rice sembra trovare riflesso nelle parole di Hans Humes, portavoce del maxi-cartello dei creditori privati di Buenos Aires: Humes non ritiene che l’Argentina subirà un default pesante e stima che i danni del crash finanziario saranno probabilmente limitati. La Casa Rosada dovrà dunque cercare di non rompere le trattative con gli enti internazionali riuscendo, al tempo stesso, a rafforzare i legami con la Cina in modo da potercisi affidare qualora la situazione peggiori ed in ogni caso per pianificare il prossimo futuro.

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