Non una grande sorpresa, forse solo un po’di amerezza tra gli operatori finanziari: la Banca centrale europea (Bce) ha deciso di tenere invariati i tassi d’interesse dopo un anno di tagli. Snocciolando qualche dato, il tasso sui depositi resta al 2%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,15% e il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginali al 2,40%.
Il freno all’abbassamento dei tassi d’interesse arriva dopo una stagione di politica monetaria piuttosto accomodante: dal giugno 2024 la Bce ha effettuato otto riduzioni consecutive a riprova del trend disinflazionistico in corso. L’istituto monetario dell’Eurozona, da statuto, ha l’obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi non superiore al 2%, intervenendo con un rialzo dei tassi ove l’inflazione dovesse sfondare tale tetto.
In una nota del Consiglio direttivo – organo formulante le linee guida di politica monetaria per l’area euro – si legge che la stabilità dei prezzi è in parte relativa alla scarsa crescita dei salari e a una ripresa poco robusta dell’economia del Vecchio Continente in senso più ampio. Tutt’al più, un apprezzamento dell’euro sul dollaro, salito a 1,14, ha spinto Francoforte nei mesi precedenti a tagliare i tassi per incentivare le esportazioni e attirare nuovi investitori per il mercato europeo, date le avvisaglie di conflitto commerciale dopo gli annunci di tariffe reciproche questa primavera.
Christine Lagarde ha dato a intendere che, sebbene le stime prevedano un ulteriore attenuamento dell’inflazione nel 2026, i prezzi torneranno a salire nel medio termine e, dunque, è bene non farsi troppe illusioni riguardo a delle politiche fiscali più espansive e che ogni decisione sarà basata su dati raccolti di volta in volta.
L’incertezza tra le due sponde dell’Atlantico
Christine Lagarde, da quando Trump si è nuovamente insediato alla Casa Bianca, ha più volte fatto riferimento alle tensioni che scuotono le relazioni commerciali che intrecciano i due continenti. A giugno aveva lanciato il seguente monito: “L’incertezza sta danneggiando l’economia europea, profondamente integrata nel sistema commerciale globale , con 30 milioni di posti di lavoro a rischio”.
Non a caso, i dazi sulle importazioni europee di automobili, acciaio e alluminio negli Usa ha fatto suonare un campanello d’allarme nei corridoi dell’Eurotower, facendo cadere le ultime resistenze tra chi non voleva un decremento dei tassi ad aprile di quest’anno, come riportato da Politico: “Tali timori, tuttavia, sono stati successivamente offuscati dalle implicazioni della guerra commerciale statunitense”.
Sebbene rimaniamo tutti in attesa di capire quale direzione prenderà il rapporto commerciale tra America ed Europa – dopo l’annuncio di un accordo sui dazi al 15% – si può constatare che, paradossalmente, i venti di guerra tariffaria hanno finora avuto l’effetto benefico di spingere la Bce verso una maggiore prudenza, scongiurando il rischio di politiche restrittive all’insegna dell’austerità che, in passato, hanno finito per soffocare la crescita nel nome del rigore.