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I popoli africani non hanno mai creduto più di tanto nelle proprie valute, soprattutto a causa dell’inflazione galoppante combinata alla mancanza di un sistema di “scala mobile” e all’alto tasso di disoccupazione dei vari Paesi. La condizione dello Zimbabwe evidenzia una crisi endemica dovuta anche, e soprattutto, alla corruzione ed alla dissipazione del denaro nelle casse degli Stati, che si ritrovano spesso a pagare salari, forniture e i limitati servizi battendo moneta.

Uno Stato che si comporta in questo modo si delinea però come un’istituzione incapace di garantire anche la minima credibilità, scoraggiando gli investimenti dall’estero. L’emissione inoltre di cartamoneta in assenza di incrementi sostanziali delle proprie riserve o del proprio gettito fiscale abbassa il valore della singola unità di denaro, impoverendo la popolazione. Fino a che punto però questo meccanismo potrà essere protratto, considerando l’estremo impoverimento a cui conduce la popolazione?

La scommessa dei Bitcoin

Nati nel 2009 per garantire il trasferimento immediato di denaro in qualsiasi parte del mondo utilizzando lo stesso linguaggio economico, i Bitcoin (divenuti famosi in seguito al loro exploit del 2017) potrebbero essere la soluzione perfetta ai difetti dell’economia monetaria africana. In un Paese scombussolato da fame, guerra, corruzione e carestia inoltre è più semplice fidarsi della misteriosa identità di Satoshi Nakamoto rispetto a fidarsi di un qualsiasi primo ministro, magari in carica da 30 anni e magari in possesso della metà delle ricchezze del Paese stesso.

La possibilità di convertire immediatamente la propria valuta in Bitcoin garantirebbe inoltre la stabilità del valore dei propri beni monetari, riconvertibili all’occorrenza quando si necessita di utilizzarli fisicamente: procedimento particolarmente efficace proprio nella situazione di inflazione cavalcante che stanno vivendo i Paesi dell’Africa meridionale.

L’Angola potrebbe essere il primo test

Dopo le ultime aperture della Banca dell’Angola, Luanda potrebbe diventare capitale africana dell’utilizzo del sistema dei Bitcoin anche nell’ottica di contrastare la crescente crisi economica del Paese. Avendo delineato un profilo inflazionistico del Kwanza destinato a durare ancora per anni e sfiduciati dalle promesse governative, gli economisti del Paese hanno individuato la possibilità di iniziare a svolgere le transazioni commerciali nella criptovaluta internazionale per stabilizzare l’economia reale del Paese. Sebbene dall’impostare il discorso all’attuarlo efficacemente siano necessari anni di studi, l’ipotesi non è apparsa così malvagia agli osservatori internazionali. Data la natura limitata della criptovaluta (come di tutte quelle future che potranno eventualmente essere prodotte) l’inflazione eccessiva è scongiurata a priori da un semplice codice di programmazione che non può essere alterato dall’intervento esterno.

Gli studi sono attualmente in mano agli incaricati che nei prossimi mesi procederanno ad effettuare le prime valutazioni. Le speranze comunque che la soluzione possa risultare efficiente sono elevate, anche per migliorare le condizioni di vita medie del continente nero. Adesso la palla passa in mano alla mente dei tecnici, che dovranno dimostrarsi in grado di creare un sistema economico locale in grado di adattarsi al cambiamento di prospettive monetarie (e magari essere pronto un giorno anche per venire esportato).