Secondo le ultime indiscrezioni le autorità del Turkana (regione settentrionale del Kenya, la più secca del Paese)  sarebbero vicine ad un accordo da 160 milioni di dollari per un investimento saudita in impianti di desalinizzazione dell’acqua locale. Sebbene l’azienda investitrice stia ancora ultimando le pratiche, l’accordo dovrebbe essere chiuso ormai in pochi mesi. In cambio dunque del libero utilizzo delle falde acquifere locali, cui salinità elevata non ha reso possibile il suo utilizzo sin dalla sua scoperta nel 2013, la cordata saudita si impegna ad attivare gli impianti di depurazione per la riserva idrica.

Secondo le ricerche effettuate, il pozzo naturale di Lotikipi sarà in grado di soddisfare il fabbisogno idrico della popolazione di tutto lo Stato del Kenya per oltre 70 anni, permettendo un migliore tenore di vita alla popolazione locale.

Perché l’Arabia Saudita investe in Kenya?

Che cosa ha spinto però una cordata composta da imprenditori dell’Arabia Saudita ad investire in uno dei Paesi più poveri del mondo, per giunta nella sua regione più problematica? Innanzitutto, bisogna considerare l’economia saudita nel suo complesso. Essa si fonda principalmente sull’estrazione del petrolio, grazie all’enorme quantità di prodotto del suo sottosuolo. Tuttavia, col crescere dei consumi degli ultimi 70 anni, tali riserve sono in rapido consumo e presto o tardi saranno esaurite, lasciando il reame della penisola arabica privo della sua potenza economica. Nasce da questo contesto la necessità di allargare i campi di investimento: garantire il prospero futuro della propria economia.

Nel caso del Kenya, inoltre, si tratta di un modello di business speculare a quello dei combustibili fossili: una riserva destinata a scomparire col suo utilizzo, ma abbastanza capiente per essere sfruttata abbastanza a lungo per garantire un tornaconto, in condizioni simili a quelle già sperimentate in Arabia Saudita per le locali falde acquifere.

In secondo luogo essa nelle regioni africane è molto importante anche da un punto di vista di pressioni internazionali. Detenere il controllo dell’acqua in Africa significa avere in pugno il bisogno primario della popolazione, essendo gli approvvigionamenti alternativi di difficile recupero, ed occupare di conseguenza una posizione di primo piano nelle contrattazioni internazionali.

In ultima battuta, non vanno sottovalutate le difficili condizioni politiche del Corno d’Africa, che vedono l’operatività terroristica di Al-Shaabab prevalentemente nella vicina Somalia. Tale organizzazione, legata ad Al Qaeda, è sospettata di aver ricevuto e di continuare a ricevere finanziamenti illegali proprio dall’Arabia Saudita, sebbene conferme e smentite ufficiali non siano mai giunte. Appropriarsi delle riserve di acqua dell’area sarebbe la chiave di volta per consolidare il proprio dominio nella regione, considerando anche l’appoggio della cellula terroristica in Kenya.

Kenya: una scelta imposta?

Per il Paese africano, uno dei più vessati dalla poca presenza di acqua nel territorio, la scelta di affidarsi ad investitori esterni è obbligata, non essendo dotati di mezzi per svolgere il lavoro in autonomia. Questa collaborazione pone comunque il Kenya nella difficile condizione di far dipendere la propria sopravvivenza dalle larghe spalle dell’Arabia Saudita, con il rischio in futuro di dover cedere alle possibili richieste di Riad di estensione del potere commerciale sul suo territorio, potendo facilmente contare sull’appoggio dei gruppi paramilitari islamisti del Corno d’Africa. Una situazione non facile, che dovrebbe far riflettere l’Unione europea e gli Stati Uniti sulla loro pessima gestione del continente africano, terra di maestose ricchezze che rischiano, poco a poco, di cadere nelle mani altrui.