L’accordo di libero scambio rinnovato tra Unione Europea e Messico, siglato a pochi giorni dall’insediamento del secondo mandato di Donald Trump, rappresenta una mossa strategica carica di significato. Da un lato, il Messico cerca di rafforzare i propri legami economici con il blocco europeo per dimostrare una certa autonomia rispetto al gigante statunitense. Dall’altro, l’Europa sfrutta l’occasione per riaffermare il proprio ruolo di promotrice del multilateralismo economico in un contesto sempre più segnato da spinte protezionistiche.
Il peso degli Stati Uniti nell’economia messicana resta però schiacciante. Con l’83% delle esportazioni dirette verso il mercato americano, il Messico non può realisticamente pensare di ridurre a breve termine la propria dipendenza dai vicini del Nord. I piani di Trump, che prevedono l’imposizione di tariffe del 25% su molte merci messicane, minacciano di colpire duramente settori chiave dell’economia messicana, con conseguenze inevitabili anche sul piano sociale e politico. L’accordo con l’Unione Europea, pur significativo, non può colmare da solo questo enorme divario.
Un accordo simbolico ma dai benefici limitati
Ursula von der Leyen ha descritto l’accordo come un esempio del potenziale di un commercio aperto e regolato nel promuovere prosperità, sicurezza economica e sviluppo sostenibile. Parole che sottolineano una visione diametralmente opposta rispetto al protezionismo trumpiano, ma che non possono ignorare la realtà: l’Unione Europea rappresenta solo una piccola frazione del commercio estero del Messico, e i benefici di questa intesa saranno limitati nel breve termine.
La storia recente fornisce un monito. Durante il primo mandato di Trump, le tariffe su acciaio e alluminio avevano inizialmente portato benefici ad alcune aziende americane, ma l’effetto si era rapidamente esaurito. I prezzi erano tornati ai livelli pre-tariffa e molte aziende del settore avevano visto crollare il valore delle proprie azioni. Ciò che invece era rimasto era il deterioramento dei rapporti tra gli Stati Uniti e i suoi principali partner commerciali, tra cui proprio il Messico.

Il commercio come arma politica
Per il Messico, il rischio è che questa situazione si ripeta. Trump non ha mai nascosto la propria volontà di sfruttare il commercio come leva politica, e il nuovo accordo con l’Europa potrebbe essere visto come una provocazione. Tuttavia, per il Governo messicano, questa scelta rappresenta una necessità: costruire una rete di relazioni economiche più diversificata è l’unico modo per evitare di essere totalmente soggetti alle fluttuazioni dell’umore politico di Washington.
L’accordo tra Messico e Unione Europea è, dunque, più una dichiarazione di intenti che una soluzione immediata. Per l’Europa, è un’occasione per espandere la propria influenza economica nel continente americano, in un momento in cui gli Stati Uniti sembrano più inclini al conflitto che alla collaborazione. Per il Messico, è un segnale di resilienza e un passo verso una maggiore autonomia. Ma il peso della realtà economica resta ineludibile: la strada per affrancarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti sarà lunga e piena di ostacoli. E il successo di questa strategia dipenderà, più che dai nuovi accordi, dalla capacità di resistere e adattarsi alle sfide che verranno.
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