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L’abbiamo conosciuta, da ministro del governo di Angela Merkel, come la paladina per eccellenza della linea del rigore, dell’austerità e del “rispetto delle regole” molto spesso strumentalmente predicato dalla Germania in campo fiscale e violato da Berlino in ambito commerciale. Ora, però, Ursula von der Leyen, presidente designato della Commissione Europea grazie anche al voto del Movimento 5 Stelle, nelle settimane in cui è intenta a costruire la sua squadra di governo sembrerebbe esser stata chiamata a un realistico dietrofront.

La von der Leyen non è sprovveduta e sa che cavalcare con decisione la linea dell’austerità più inflessibile che ha contribuito ad aggravare la crisi dell’Eurozona, sospinto la Grecia nel baratro e portato alla crescita della rivolta elettorale e politica contro la linea a trazione tedesca porterebbe l’Europa a sbattere. Non a caso il Financial Times ha recentemente anticipato l’idea di un “fondo sovrano” europeo destinare a far da volano per 100 miliardi di euro in investimenti industriali in digitale e innovazione.

Ma c’è di più. Il quotidiano della City londinese ha rivelato, tra le altre cose, che Bruxelles si stia preparando a una svolta su quella che, per i leader tedeschi, è stata per anni la stella polare della loro azione: la fedeltà ai trattati e alle regole economiche, principalmente il Fiscal Compact che prevede un tetto massimo di deficit al 3% del Pil e di debito pubblico al 60% dello stesso. La von der Leyen, secondo il Ft, sarebbe in cerca di strumenti politici volti a  semplificare le regole e a riportare fra le capitali dell’Eurozona maggiore fiducia nella capacità della Commissione Ue di esercitare la sua governance, aumentando al contempo la flessibilità per le economie più deboli.

La Germania rallenta e si avvia verso la recessione proprio nell’anno in cui il governo Merkel ha celebrato, dopo una serie di esercizi di bilancio chiusi in attivo, la discesa sotto il 60% della soglia debito/Pil. Una forma di nemesi per il “modello tedesco” fondato sulla svalutazione interna e il mercantilismo che, come ha spiegato un grande economista quale Sergio Cesaratto, debilita e riduce le prospettive di sviluppo a livello europeo e ha contribuito in misura non secondaria agli eventi politici ed economici che hanno caratterizzato Paesi “periferici” come l’Italia, la Grecia e il Portogallo. Non appare casuale che, proprio ora, la Presidente tedesca della Commissione apra a una svolta che alleggerirebbe le responsabilità interne di Angela Merkel e del suo instabile esecutivo.

La Germania, col passare degli anni, non è del resto stata più la maggiore e più indefessa paladina del rigore sui conti. La “palma” è passata ai Paesi epigoni di Berlino che hanno da guadagnare in maniera diretta (attraverso vantaggi economici o politici) o indiretta (con la possibilità di veder la loro “fedeltà” premiata con posti di prestigio a Bruxelles) dal sostegno al rigore sui conti e che ora potrebbero rappresentare l’osso più duro per il Ministro della Difesa del governo tedesco. I “falchi” sono guidati dall’Olanda, che difende a spada tratta un modello mercantilista e liberista, a cui si uniscono Paesi come l’Irlanda, la Lettonia del Commissario con delega all’Euro Valdis Dombrovskis e, in posizione più intermedia, i Paesi inseriti nella catena del valore tedesca, come l’Ungheria di Viktor Orban.

Per questi Paesi non importano la discrepanza tra le mutate dinamiche dell’economia globale e la limitatezza di certe regole, prima fra tutte quelle sul bilancio, anche di fronte all’evidenza dei fatti dell’insensatezza di parametri come l’output gap o la regola del 3% rinnegata persino dal suo ideatore. Conta, strumentalmente, l’equilibrio di forza garantito dall’essere presenti nella parte forte della barricata, l’assicurazione di un ruolo importante nelle decisioni comunitarie. Se la svolta della von der Leyen prevederà una revisione dei parametri o della loro applicazione, si potrebbe assistere a un inedito scontro tra la Germania e i suoi zelanti vicini e imitatori. In caso di nascita effettiva, a ricevere un incentivo potrebbe essere il governo giallorosso Pd-Movimento Cinque Stelle, che beneficerebbe di un clima di tregua. Ma a far riflettere è che, in fin dei conti, a dettare lo spartito sia sempre la Germania. Mentre per Paesi come l’Italia risulta vitale acquisire, partendo dall’economia, quei margini di manovra necessari ad essere incisivi negli assetti comunitari. In questo contesto, un superamento della rigidità sulle regole sarebbe d’aiuto.

L’assist all’Italia giallorossa?

Le indiscrezioni del Financial Times sulle mosse della Commissione escono nel momento in cui, in Italia, si discute aspramente sul futuro dell’esecutivo. E un potenziale governo tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, caratterizzato da una vocazione europeista maggiore di quella del governo gialloverde, beneficerebbe indirettamente di una svolta più rilassata sui conti. Un governo “giallorosso”, favorito dalla svolta della Commissione, potrebbe doppiare senza preoccupazione lo scoglio della manovra economica per l’anno venturo e potrebbe quindi conoscere un inizio in discesa, presupposto per impostare un cammino di lunga durata.

La von der Leyen, non a caso votata sia dal Pd che dal Movimento Cinque Stelle, sarà l’ostetrica di quello che Romano Prodi ha definito il “governo Ursula”? Forse, specie se a guidarlo fosse quel Giuseppe Conte con cui l’ex ministro della Merkel ha già iniziato i contatti per la scelta del commissario europeo di Roma, che dovrebbe beneficiare della poltrona alla Concorrenza. Ma tale supporto, è bene ribadirlo, non sarebbe che contingente e indiretto, pur avendo dal punto di vista europeista il vantaggio di marginalizzare la Lega e Matteo Salvini. A dettare i tempi sono, soprattutto, le preoccupazioni della Germania di finire in una recessione prolungata. Che la von der Leyen interiorizza e potrebbe tramutare in azioni concrete sulle regole e sui conti. Perché l’austerità può sembrare attrattiva finché gli esiti non sono sperimentati in casa propria: sotto il profilo degli equilibri politici del Vecchio Continente, che mantengono al centro Berlino, non bisogna aspettarsi reale discontinuità.”