La vittoria di Mediobanca in Generali e le prossime mosse della partita a scacchi sulle banche

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La vittoria di Mediobanca nell’assemblea dei soci di Assicurazioni Generali nella giornata del 24 aprile è stato un passaggio importante che ha indirizzato, ma non risolto, il risiko bancario e finanziario italiano, giunto al suo punto più caldo degli ultimi decenni.

Non è servita la captatio benevolentiae di Unicredit al Governo Meloni per permettere a Francesco Gaetano Caltagirone e all’alleato Delfin, favoriti di Palazzo Chigi, di scalzare dal Leone di Trieste, prima azienda privata italiana per fatturato. l’ad Philippe Donnet e il presidente Andrea Sironi, sostenuti da Mediobanca. Ed è invecchiata male la previsione di chi pensava che la caduta di Generali avrebbe aperto le praterie alla scalata di Monte dei Paschi di Siena in Mediobanca, ancora sul tavolo. La sfida non è chiusa. Gli attori sono gli stessi: Caltagirone-Delfin, registi assieme al Governo della scalata di Mps a Mediobanca e azionisti non governanti di Piazzetta Cuccia.

Mps-Mediobanca dopo Generali

L’offerta da oltre 13 miliardi di euro è ancora in piedi. Mediobanca, vinta una battaglia di mercato fuori casa, la seconda dopo il 2022 a proporre questo schema, deve ora gestire l’inedita difesa del perimetro. E a comandare la tenuta della governance e a respingere l’assalto dei “capitani coraggiosi” che da Rocca Salimbeni vogliono, col sostegno di Roma, conquistare Milano resta il vincitore della sfida di Trieste: Alberto Nagel, Ceo di Mediobanca dal 2008, il manager che ha trasformato il gruppo da salotto buono meneghino a operatore fondamentale nell’advisory, nel sostegno alle grandi operazioni nazionali e internazionali riguardanti gruppi italiani, nella gestione di consistenti portafogli.

Nagel difende la linea a suon di utili

Non è per ora ben invecchiata la previsione di Osvaldo de Paolini, direttore di Moneta, che nel primo numero del settimanale economico del gruppo Angelucci ha parlato della “caduta degli Dei” riferendosi all’esistenza di “un sistema di governo autoreferenziale” in Mediobanca, figlio di un meccanismo che sarebbe frutto di “strategie aziendali attuate da manager nominati contro la volontà di altri grandi azionisti grazie a giochi di scambio consolidati con il mondo dei fondi internazionali”.

Nagel, del resto, dal 2008 a oggi ha portato in dote a Mediobanca oltre 8,35 miliardi di euro cumulati di utile, con una crescita che nell’ultimo decennio è arrivata a farlo più che raddoppiare fino a superare, nel 2023, per la prima volta il miliardo di euro. Il motivo del sostegno dei fondi internazionali a Nagel è questo: un giudizio sui risultati della gestione, in Mediobanca e indirettamente in Generali.

Ma quando alcuni azionisti, come Caltagirone e Delfin, manifestano una volontà di ribaltare il banco e perfino lo Stato italiano, in virtù del sostegno dato per riportare Mps sul mercato, arriva a sostenere il tentativo di espugnare, via Siena, Milano e Trieste, riassestando completamente lontano dal centro tradizionale nel capoluogo lombardo il sistema finanziario e assicurativo italiano, è chiaro che non possa non emergere una legittima volontà di risposta del management.

Il nodo Unicredit-Bpm e la battaglia del risparmio

E questa volontà di risposta sta prendendo forma sulla faglia tra l’apertura e chiusura ai grandi attori di mercato internazionali, centrali per un gruppo come Generali che con la francese Natixis sta creando un colosso della gestione del risparmio di portata continentale. Sono quegli stessi attori che, in poche parole, permettono all’Italia di connettersi ai grandi flussi di capitali globali. Fondi su cui Nagel ha fatto leva per vincere nel 2022 e nel 2025 la battaglia di Generali, per difendere la sua carica nel 2023 e per organizzare oggi la risposta all’Opa Mps. Una controffensiva su cui si capirà se il voto di fiducia della finanza internazionale a Mediobanca sarà confermato.

Tra gli azionisti di Mps c’è anche Banco Bpm, che ha approvato l’aumento di capitale necessario all’operazione Mediobanca e ora si trova di fronte all’offerta pubblica di scambio di Unicredit, visionata e scrutinata dal governo Meloni col golden power. Cosa farà Piazza Gae Aulenti dopo aver offerto i suoi voti in Generali al gruppo filo-governativo, ora che su Bpm l’obiettivo sembra azzoppato dalle prescrizioni provenienti da Roma? Capire se Unicredit si muoverà e se le partite Bpm-Mediobanca arriveranno a convergere sarà affare delle prossime settimane. La sensazione è che il risiko bancario italiano sia tutt’altro che finito. E che tra salotto e mercato, con alcuni attori chiamati a fare da raccordo, la partita a scacchi sarà ancora lunga prima di un esito definitivo, dopo che in Generali il primo round è andato al secondo campo.