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Riscoprire un pensiero originale e diversificato in luogo di un conformismo economico dannoso e limitante; partire dall’osservazione del mondo e dei suoi problemi per proporre soluzioni e non pretendere di piegare la realtà ai dogmi; ricordare che l’economia è, in primo luogo, sempre e comunque politica: i lunghi mesi del Covid-19 e della crisi economica ad esso collegata hanno portato nuovamente in auge in Europa la necessità di una profonda discontinuità col passato e con ricette anti-crisi rivelatesi dannose in occasione della crisi dei debiti del 2010-2012. I cambiamenti sono in atto nella teoria e nella prassi, in Paesi come la Germania si è dovuto apertamente prendere atto della fine dell’austerità, e Italia e Francia pressano fortemente l’Unione Europea perché l’equilibrio fondato sul Recovery Fund diventi permanente.

L’ascesa al governo di Mario Draghi in Italia è stato conseguenza e causa al tempo stesso di questa presa di consapevolezza generale ed è avvenuta sulla scia del consolidamento di precise dinamiche politiche. Nel quadro della sua azione di governo, Draghi ha di fatto plasmato un consenso politico trasversale a favore del superamento dell’austerità, della riforma del Patto di Stabilità europeo, della costruzione di una serie di politiche economiche e strategiche incentrate sul “debito buono”. Avendo lavorato con sette ministri dell’Economia diversi, da Giulio Tremonti a Carlo Azeglio Ciampi e Vincenzo Visco, oltre a governi che andavano dalla Dc di Giulio Andreotti a centrosinistra e centrodestra durante il suo mandato da Direttore generale del Tesoro e da governatore della Banca d’Italia Draghi ha sempre beneficiato di una certa capacità di muoversi in maniera trasversale. Definitosi in passato “socialista liberale”, Draghi ha però mostrato, nel silenzio degli studi e nella solennità degli interventi pubblici, interesse e curiosità per il mondo della dottrina sociale cattolica. La fase attuale si sposa con la sua personale idea e visione dell’economia incentrata sul rilancio dell’economia sociale di mercato.

Proprio l’economia sociale di mercato appare la chiave di volta decisiva per compenetrare le esigenze della ripresa, le logiche del ritorno dello Stato in economia, le strategie per lo sviluppo con la complessa serie di valori liberali e individuali delle società occidentali. Su questo tema è intervenuto con un ampio editoriale su Il Foglio il Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, tra gli esponenti del governo più attenti a interpretare in azioni concrete e a teorizzare l’agenda Draghi. Brunetta, da economista, tratteggia le strade su cui si possono rilanciare e potenziare le visioni e l’operatività della dottrina teorizzata dagli economisti tedeschi Walter Eucken e Andreas Muller-Armack.

Come ricorda Brunetta, l’economia sociale di mercato “non deve essere inteso come sinonimo di socialista”, ma piuttosto come “l’alternativa europea all’economia socialista dirigista e pianificata”, la terza via tra comunismo e liberismo che applicata nelle sue varie versioni ha guidato la ripresa europea nel secondo dopo guerra. Come dottrina “opera un intreccio equilibrato tra le teorie del liberalismo classico ed elementi sociali e di regolazione pubblica. Essa si fonda sulla centralità dell’uomo rispetto allo Stato, caratterizzata da una forte responsabilità individuale”. Presuppone il rapporto fiduciario tra capitale e lavoro, la natura strategica degli investimenti pubblici, una flessibilità di fronte a crisi e situazioni problematiche. Paradossalmente, è stato proprio la dimenticanza dei suoi dogmi da parte dei governi tedeschi succedutisi dalla creazione dell’euro in avanti e di Angela Merkel nella prima fase post-crisi a mettere in difficoltà i paradigmi dell’economia sociale di mercato dopo che, a parole, essa era stata messa la centro del processo di integrazione comunitaria dagli Anni Novanta in avanti.

Proprio la Merkel stessa, per Brunetta, ha garantito una discontinuità evitando di ripetere gli errori di dieci anni fa di fronte all’incedere del Covid: “l’economia sociale di mercato può rappresentare il modello giusto da adottare nel contesto post-pandemico, quando saranno ridimensionati i sostegni pubblici a pioggia legati all’emergenza Covid”. In Europa, ma anche in Italia, spetta alla politica “creare le condizioni affinché le spinte riformatrici si affermino sullo spirito di conservazione, dimostrando che è possibile avviare una stagione che, partendo dal superamento della crisi determinata dall’emergenza sanitaria, affronti i nuovi paradigmi che si affacciano al terzo millennio”.

Responsabilità individuale di cittadini e imprese (prospettiva liberale), unitamente a una tutela delle forme di intervento strategico dello Stato che possano presidiare i settori in cui la sicurezza nazionale e economica deve precedere le logiche di business (principio non estraneo alla dottrina socialista) e al rispetto delle sussidiarietà tra enti nazionali, sistemi locali e terzo settore (principio chiave della dottrina sociale della Chiesa) possono contribuire a definire la nuova economia sociale di mercato. Le cui linee guida si vedono nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) promosso dal governo Draghi in cui si immaginano, non appoggiandosi unicamente sui fondi europei ma sfruttando anche il “debito buono” nazionale, visioni di medio-lungo periodo su diversi scenari (ambiente, digitale, infrastrutture, inclusione sociale). Per permettere all’economia di riprendere fiato e costruire una nuova Italia sulla scia di un cambiamento d’epoca che va sempre più consolidandosi. Crollati i dogmi dell’austerità, si riaprono le strade del pragmatismo. Che non vuol dire, però, rifiuto di un quadro ideologico di riferimento chiaro o di una visione sistemica. L’importante è ricordarsi sempre di quanto l’economia sia politica. E agire di conseguenza