Il costo dell’apatia politica di un governo è pagato molto spesso dai cittadini: questo dato di fatto è ancor più vero, e i costi duramente misurabili, in campo di politica energetica. L’autorità per l’Energia ha recentemente annunciato un rincaro delle bollette del gas che inizierà ad ottobre e porterà a 1.150 euro il conto annuale medio per le famiglie italiane, con un aggravio di 43 euro (+3,9%). Rappresentazione plastica delle conseguenze di una politica energetica lassista che nel campo del gas naturale ci vede rincorrere i mercati mondiali, animati da un’aspra contrapposizione tra Paesi esportatori con Stati Uniti e Russia intenti a guardarsi in cagnesco, e dipendere fortemente dalle esportazioni. La spesa energetica italiana, pari a quasi 10 centesimi per kilowatt/ora, è la seconda in Europa dopo quella svedese.

L’Italia importa oggigiorno il 93% del gas naturale utilizzato, la cui rilevanza nella classifica delle coperture energetiche del fabbisogno nazionale è ora maggiore di quella del petrolio (34,4% contro 34,2%). Risulterebbe vitale, dunque, posizionarsi adeguatamente per catturare le nuove esportazioni provenienti dal Mediterraneo, dare retroterra strategico alle azioni di Enivalorizzare la produzione nazionale. A partire da quei giacimenti adriatici che garantirebbero un’estrazione di circa cinque miliardi metri cubi annui e un passo in direzione di una maggiore autonomia energetica.

La stessa Eni aveva in programma un piano da due miliardi di euro di investimenti nei giacimenti al largo dell’Emilia-Romagna, mentre numerose compagnie straniere come Shell e Total erano pronte a iniziative analoghe. Sia il Movimento Cinque Stelle maggioritario nei governi Conte I e II sia il Partito Democratico e la Lega, attuale e precedente junior partner, hanno la responsabilità di aver contribuito a decapitare le prospettive dell’industria energetica italiana. Partendo dalla campagna contro le nuove concessioni per le trivellazioni che i “gialli” hanno convertito in moratoria di 18 mesi col Decreto Semplificazioni, votato anche dai “verdi” e ora accettato dai “rossi”. La Roca, associazione ravennate dei contrattisti che operano nell’estrazione marittima degli idrocarburi, ha attaccato a testa bassa questa decisione: “I nostri politici utilizzano lo slogan ‘No Triv’ per una sterile facciata ambientalistica, al fine di guadagnare voti da quelle persone alle quali si vuole fare credere che non perforando in Adriatico passeremo ad energie alternative a quelle fossili. Ma ciò significa prendere in giro gli italiani”. La transizione si compie già riducendo l’impatto del petrolio nel mix energetico a favore del gas naturale meno impattante e nel frattempo la domanda rimane, risultando maggiormente orientata a costose importazioni.

Il più recente caso è rappresentato dallo spostamento nelle acque greche degli investimenti del consorzio guidato dalla Total per il giacimento Fortuna Prospect tra la Puglia e Corfù. Montenegro, Albania, Bosnia e Croazia assaltano o bramano altri giacimenti di cui avremmo necessità per ridurre la nostra bolletta e, nel frattempo, un’ulteriore rincaro arriva a causa della decisione dei Paesi Bassi di ridurre la produzione dal sito di Groningen, aumentando di conseguenza i prezzi del gas. Una retorica fine a se stessa e la mancanza di prospettive politiche fanno pagare un conto salato, e non è una metafora, mentre l’Italia si impone volontariamente un vincolo non necessario per pretese ragioni ambientali che vengono meno nel momento in cui i giacimenti adriatici sono egualmente sfruttati. Se come diceva Giuseppe Prezzolini il mondo si divide tra i furbi e i fessi, in campo energetico non siamo affatto nella prima categoria.