Siamo nel 1992. È il 2 giugno, e quel giorno sullo yatch Britannia si sta svolgendo la Conferenza sulle Privatizzazioni. Mario Draghi, all’epoca dg del Tesoro, tenne un discorso sulla vendita delle aziende pubbliche italiane che per anni non è mai stato edito. Il Fatto Quotidiano ha proposto la versione integrale del testo, un documento utile per sfatare numerosi falsi miti e scovare i veri errori che tutt’ora pesano sull’economia dell’Italia.

Prima di partire è necessario fare una premessa: Britannia è il nome del panfilo reale britannico ormeggiato a Civitavecchia nel giugno del ’92. A bordo dell’imbarcazione andava in scena una conferenza sulle privatizzazioni organizzata dai “British Invisibles”, il gruppo di interessi finanziari della City di Londra.

Scopo dell’insolito meeting: mettere insieme manager, investitori e decisori pubblici. Tra questi è presente anche un giovane Draghi, che leggerà un’introduzione che, non essendo mai stata pubblicata, ha alimentato per anni teorie e leggende di ogni tipo sulle privatizzazioni inerenti all’Italia.

L’intervento di Draghi e l’importanza delle privatizzazioni

Draghi, direttore generale del Tesoro da poco più di un anno, inizia centrando subito il tema focale dell’incontro: la privatizzazione dell’economia italiana.

“Alcuni progressi sono stati fatti nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche” ma “per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al privato è stato fatto poco”: partì così, in quarta colui che avrebbe guidato la Bce.

Nelle parole di Draghi si capisce come il concetto di privatizzazione vada oltre il mero significato economico: “Non deve sorprendere, perché un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquanta anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile”.

Una lezione non ancora appresa

Due sono le successive considerazioni di Draghi. La prima riguarda il rapporto tra privatizzazioni e bilancio: “La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio” ma “non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale”. Detto in altri termini, dopo aver privatizzato si dovrebbe attuare un piano di riduzione del debito con gli incassi ricavati: una mossa, questa, non sempre seguita alla lettera.

La seconda considerazione riguarda il rapporti tra le privatizzazioni e i mercati finanziari. A questo proposito, notava Draghi, “i mercati finanziari italiani sono istituzionalmente piccoli” ma “le privatizzazioni porteranno molte nuove azioni in questi mercati”. Ecco che la politica dovrebbe “vedere le privatizzazioni come un’opportunità per approvare leggi e generare cambiamenti istituzionali per potenziare l’efficienza e le dimensioni dei nostri mercati finanziari”.

La lezione da apprendere è che Draghi aveva dato la sua ricetta per cogliere i dolci frutti della privatizzazione, necessaria per “stare in Europa” e “ridurre il debito”. Ma nessuno gli ha dato retta, né ieri né oggi.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME