Tra azioni e reazioni, mosse e contromosse, la Cina ha risposto agli Stati Uniti aggiungendo un tassello in più nella guerra dei dazi che dura ormai da ben 17 mesi. Pechino imporrà tariffe aggiuntive su 75 miliardi di dollari di merci importate da Washington per contrastare i precedenti dazi voluti da Donald Trump. Lo ha annunciato la Commissione sulle tariffe doganali del Consiglio di Stato. Le tariffe oscilleranno tra il 5% e il 10%, a seconda delle merci prese in esame, ed entreranno in vigore in due fasi distinte; l’1 settembre e il 15 dicembre, in corrispondenza con i dazi americani che colpiranno 300 miliardi di beni made in China. Il Global Times, quotidiano cinese, spin off del People’s Daily, ha spiegato che “l’imposizione di dazi è una risposta necessaria e obbligata all’unilateralismo e al protezionismo commerciale degli Stati Uniti”. Il giornale sottolinea poi che la soluzione del conflitto deve arrivare “sulla base del rispetto reciprovo, dell’uguaglianza e dell’affidabilità nelle parole e nelle azioni”. La strada appare quanto mai in salita.

La tempesta perfetta

I dazi cinesi hanno scatenato una tempesta perfetta. Il prezzo del petrolio è infatti in forte calo dopo l’annuncio della Cina, mentre sul circuito elettronico i future sul Light crude Wti scende di 1,71 dollari a 53,74 dollari; quelli sul Brent di 1,36 dollari a 58,56 dollari. Il mercato, in generale, ha reagito assai male al nuovo capitolo della Trade War tra Washington e Pechino, in un periodo dove tra l’altro aleggia lo spettro di una ipotetica recessione. Come se non bastasse, a questo punto la pax commerciale sino-americana si allontana dopo che sembrava che le parti fossero disponibili a riprendere i negoziati.

Le misure di Pechino e Washington per difendersi dagli effetti indesiderati

La Cina ha mantenuto la parola data. Il governo cinese aveva annunciato una reazione alla mossa statunitense e la reazione è arrivata puntuale. A inizio agosto, Trump aveva infatti annunciato che a partire da settembre gli Stati Uniti avrebbero imposto dazi del 10% su 300 miliardi di dollari di prodotti cinesi, in aggiunta a quelli già attivi da maggio. Il tycoon ha poi sospeso, o meglio posticipato, alcuni dazi per evitare che i contraccolpi della guerra tariffaria cadessero sulle famiglie americane nel periodo natalizio, il più florido per l’economia. Il Dragone ha preso atto ma ha comunque risposto. Anche il popolo cinese inizia a sentire con una certa intensità il peso della guerra dei dazi e, per questo motivo, l’ex Impero di Mezzo è corso ai ripari. Per stimolare i consumi interni e compensare il rallentamento delle esportazioni, la Cina ha aumentato i salari minimi mensili, il cui importo è determinato a livello locale. Nella capitale, Pechino, il salario minimo mensile è stato portato a 2200 yuan (circa 311 dollari), con un aumento di 80 yuan; incremento di 300 yuan a Chongqing e 60 a Shanghai, dove con 2480 yuan si riscontra la cifra più alta del paese.