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L’agenzia Moody’s ha declassato il rating sul debito della Turchia, che è passato da B1 a B2, a causa delle maggiori vulnerabilità esterne e dell’erosione delle riserve fiscali nel Paese. Gli analisti di Moody’s Sarah Carlson e Yves Lemay hanno dichiarato al quotidiano turco online Ahval che “è probabile che le vulnerabilità esterne della Turchia si concretizzino in una crisi della bilancia dei pagamenti” e che Ankara potrebbe non essere in grado di affrontare questa sfida nella maniera migliore. Le entrate turistiche e gli investimenti interni, che tradizionalmente compensano il disavanzo delle partite correnti, sono quasi spariti nel 2020. Il quadro negativo non è aiutato dalla crisi della valuta nazionale, la lira turca, che da inizio anno ha perso il 20 per cento del proprio valore.

Alcuni media locali si sono scagliati contro “le potenze straniere” accusate di voler danneggiare la Turchia. Si tratta della stessa retorica adottata, in alcune occasioni, dal presidente Erdogan, che ha puntato il dito verso l’esterno per spiegare alla popolazione il perché di alcuni problemi interni. Il Capo di Stato continua inoltre ad escludere la possibilità di chiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale. Diversi ex-alleati di Erdogan lo hanno recentemente abbandonato ed hanno fondato diversi movimenti politici con l’obiettivo di sfidarlo alla prossima occasione elettorale.

I dati non sono positivi

L’economia turca dovrebbe contrarsi di circa il 4 per cento nel corso del 2020 e la nazione, almeno secondo gli esperti sentiti da Arab News, sarebbe sull’orlo di una recessione devastante. Gli aiuti forniti dal governo alle famiglie nel corso della pandemia hanno fatto schizzare l’inflazione verso l’alto fino a fargli toccare quota 12 per cento ed il debito dei consumatori ha sfondato i 100 miliardi di dollari. Il tasso di disoccupazione è stimato al 12.8 per cento, ma potrebbe trattarsi di cifre non realistiche dato che i licenziamenti sono vietati e gli esperti ritengono che i numeri siano più alti. Le attività economiche hanno subito un congelamento pressoché totale nel corso del secondo trimestre: Ankara ha chiuso le scuole, una parte delle attività produttive, ha adottato lockdown temporalmente limitati ed ha sigillato i confini. Una flebile speranza potrebbe giungere dalla ripresa delle esportazioni che, nel mese di luglio, hanno raggiunto il livello più alto del 2020 superando i 15 miliardi di dollari e crescendo dell’11.5 per cento su base mensile. Anche la produzione industriale ha iniziato a dare segnali positivi ed è cresciuta, grazie alla riapertura dell’economia, del 17.6 su base mensile a Giugno.

Le ricadute elettorali

Il tasso di popolarità del presidente Erdogan ha iniziato a risentire della situazione. Alcuni sondaggi elettorali, che costituiscono un buon parametro di valutazione e che sono stati realizzati nel mese di agosto, ipotizzano una sua sconfitta in un eventuale ballottaggio delle elezioni presidenziali, che avranno luogo solamente nel 2023. Erdogan verrebbe messo alle corde in caso di sfida con Ekrem Imamoglu o Mansur Yavas, rispettivamente sindaci di Istanbul ed Ankara ed esponenti del Partito Popolare Repubblicano. Diverse inchieste demoscopiche vedono arretrare il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp), che potrebbe ottenere tra il 36.6 ed il 39.8 per cento dei voti, in calo rispetto al 42.1 conseguito nel 2018.

Il fattore Grecia

Le posizioni di Erdogan si sono fatte precarie anche sullo scenario internazionale. Le risorse energetiche, la questione dei migranti e la conversione di alcuni antichi luoghi del culto ortodosso in moschee, come avvenuto con la Cattedrale di Santa Sofia, hanno provocato forti tensioni con Atene. Tensioni che non hanno beneficiato delle esercitazioni militari congiunte a cui hanno preso parte l’esercito turco e quello della Repubblica Turca di Cipro Nord e che hanno avuto luogo sull’isola di Cipro. L’Unione europea non ha escluso che possano essere adottate sanzioni contro la Turchia nelle settimane a venire.

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