La Turchia di Recep Tayyip Erdogan non ha alzato la posta solo in Siria, dove si prevede l’inizio di un’operazione militare contro i curdi nel Nord, ma anche nell’area del Mediterraneo orientale, oggetto diretto di una partita per l’accaparramento delle ingenti risorse di gas naturale ivi presenti.

Come riportato dal quotidiano turco Hurryet, infatti, il ministro dell’Energia di Ankara Fatih Donmez ha dato ordine alla nave da perforazione Yavuz di iniziare le trivellazioni esplorative nel Blocco 7 del mare circondante Cipro, assegnato dal governo di Nicosia a un consorzio formato da Eni e dalla francese Total. La mossa turca è il naturale proseguimento delle accuse lanciate da Ankara contro Nicosia a settembre, quando l’accordo tra il governo di Cipro, il cane a sei zampe e Total per il Blocco 7 fu raggiunto: secondo la Turchia l’offshore cipriota oggetto del contendere è parte della piattaforma continentale turca.

Erdogan, così facendo, accende la partita energetica nel Mediterraneo e rinfocola le tensioni tra la Repubblica di Cipro e lo Stato-fantoccio turco-cipriota controllato dal 1974 da Ankara nella parte settentrionale dell’isola. Nicos Anastasiades, Presidente di Cipro, ha di recente proposto di istituire un fondo-idrocarburi entro cui destinare gli utili delle future esportazioni gasiere del Paese offrendo il 30% dei proventi a Cipro Nord come segnale distensivo in cambio dello sdoganamento dello sfruttamento di tutte le acque intorno all’isola, in previsione della futura costituzione dell’hub sud-mediterraneo in Egitto a cui Cipro sarà collegata dal gasdotto Afrodite. In tale contesto difficilmente potrebbe rientrare come area contesa il Blocco 7 che, ricorda StartMag, è contenuto nella zona economica esclusiva cipriota e nella sua piattaforma continentale, in un’area marina a Sud-ovest dell’isola.

La Turchia, che non è firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Unclos) perturba lo scenario energetico del Mediterraneo orientale. E punta gli interessi delle due major più attive nell’offshore cipriota. In particolare, sono gli interessi italiani a patire maggiormente per l’incertezza legata alle tensioni causate da Ankara. Chi ha la memoria lunga ricorderà il caso della nave Saipem 12000, che a febbraio 2018 si era vista costretta ad abbandonare la zona sotto le pressioni marittime di Ankara. Eni e Total assommano buona parte delle concessioni di Cipro, avendo giocato in anticipo rispetto alle concorrenti mediorientali, statunitensi e israeliane che puntano a trarre giovamento dall’inserimento di Cipro nel “grande gioco” del gas naturale tra Grecia, Israele ed Egitto.

Gli Stati Uniti, depositari di importanti interessi nel progetto di costruzione di un hub sudmediterraneo del gas, per loro fondamentale prospettiva di riequilibrio verso la Russia, hanno attaccato la mossa turca per bocca del Segretario di Stato Mike Pompeo, in visita ufficiale ad Atene. L’Unione Europea, dal canto suo, ha inserito il caso-Turchia nell’agenda del prossimo Consiglio europeo del 17 ottobre, che potrebbe valutare misure più severe contro Ankara per gli atteggiamenti ricattatori e scostanti tenuti nel terreno energetico.

E ora anche per il governo italiano è venuta l’ora di far sentire la sua voce: nel febbraio 2018, il caso-Saipem fu contraddistinto dalla totale assenza di risposte politiche da parte del governo Gentiloni, che si avviava alle imminenti elezioni con scarse prospettive di riconferma. Non aver stabilito allora delle linee rosse per Erdogan e i suoi è stato un errore: saprà il governo Conte II affrontare una minaccia direttanell’Adriatico a un campione nazionale come Eni e al nostro interesse energetico? Una risposta affermativa è auspicabile, anche se fino ad ora in campo energetico l’esecutivo giallorosso, in continuità col predecessore gialloverde, ha avuto le idee poco chiare sul da farsi tra stop “ideologici” alle trivellazioni e poca progettualità strategica. Un cambio di passo è ora più che mai necessario.