La seconda ondata di coronavirus rischia di avere un impatto fatale sulla stabilità politica, economica e sociale della Tunisia. Il premier Hichem Mechichi, un funzionario pubblico a capo di un governo tecnico fortemente voluto dal capo dello Stato, Kais Saied, ha lanciato l’allarme: la Tunisia rischia di non essere più in grado di pagare i debiti e di finanziare il bilancio generale. In una conferenza stampa dai toni drammatici, il premier tunisino ha spiegato che il suo Paese non ha mai conosciuto una congiuntura negativa come quella che sta attualmente vivendo, chiedendo alla Banca centrale di finanziarie il deficit di bilancio attraverso l’emissione di buoni del tesoro. “Teniamo molto all’indipendenza della Banca centrale di Tunisia (Bct) e siamo consapevoli dell’importanza dei parametri che difende, (…) ma è inutile avere un’inflazione controllata quando la gente ha fame”, ha detto il premier. Parole che fanno temere una possibile svalutazione del dinaro tunisino, con conseguente aumento dell’inflazione e rischi per le oltre 850 società italiane installate in Tunisia e che impiegano oltre 63mila persone, quasi un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera.

Una politica alla Erdogan?

La direzione indicata da Mechichi è pericolosa. Forzare gli istituti emittenti a “mettere una pezza” a problemi strutturali, che richiederebbero ampie riforme, può portare a risultati controproducenti. E’ il caso della Turchia del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan. La sua ingerenza nella Banca centrale turca, costretta a ridurre i tassi di interesse nel tentativo di incentivare la ripresa economica, ha causato una fortissima svalutazione della valuta turca. Come riporta Agenzia Nova, la lira turca ha toccato un nuovo record negativo, raggiungendo e superando quota 10 rispetto all’euro (un anno il tasso di cambio era di 6,3 lire per un euro). Se il governo della Tunisia dovesse forzare la Banca centrale a finanziare in modo innaturale le proprie inadempienze, il rischio è quello di un aumento del debito che ha già superato quota 70 per cento del Prodotto interno lordo. Il governo di Tunisi ha già chiesto a Italia, Francia, Qatar e Arabia Saudita di rimandare il pagamento degli interessi in scadenza a fine anno. Ma una quota consistente del debito, circa il 30 per cento, è in mano ai mercati: non pagare questi debiti significherebbe prendere atto che la Tunisia è ufficialmente in default.

Cosa rischia l’Italia?

I rischi per il nostro Paese riguardano prima di tutto il versante migratorio e di sicurezza. L’attentato di Nizza ha riportato sotto i riflettori il connubio tra terrorismo e migrazioni. Il dato sulla disoccupazione in Tunisia è poco rassicurante. Il 18 per cento dei tunisini in età lavorativa non ha impiego, un tasso che raggiunge picchi del 30 per cento nelle zone rurali. Senza sbocchi professionali, è fisiologico che i giovani tunisini cerchino di emigrare in Europa. La combinazione di coronavirus, sit-in dei manifestanti, nuove tasse sugli esportatori e possibili interventi della Banca centrale sul dinaro è vista con estrema preoccupazione dagli operatori economici. Gli industriali sono sul piede di guerra per il provvedimento, inserito nella legge finanziaria per l’esercizio 2021 (Plf 2021), che porterebbe l’imposta sul reddito delle società al 18 per cento per tutte le aziende, incluse quelle esportatrici. E la maggior delle aziende italiane sono totalmente esportatrici, tra cui alcuni big come Eni e Benetton. La casa dei nostri vicini rischia di andare a fuoco: vale la pena porsi il problema.

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