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Una “tempesta solare” è pronta a colpire l’Occidente, Unione europea e Stati Uniti compresi. L’epicentro del nuovo scossone economico che potrebbe danneggiare l’economia globale è situato in Cina, mentre il cuore del problema riguarda la produzione di pannelli solari. Prima di proseguire oltre, è importante sottolineare subito un dato: Pechino fornisce al mondo oltre l’80% dei moduli fotovoltaici. E, dunque, se si ferma l’ex Impero di Mezzo si congela anche l’esportazione di questi prodotti, fondamentali per sfruttare le energie rinnovabili e abbattere l’inquinamento.

Che cosa è successo oltre la Muraglia? Le catene di approvvigionamento cinesi sono state travolte da due fattori: 1) le misure di lockdown attuate dalle autorità nel tentativo di contrastare la variante Omicron e 2) i limiti di consumo energetico imposti al Paese per la carenza di energia che, tra gli altri, ha colpito anche il gigante asiatico. Joe Biden, dalla Casa Bianca, ha già iniziato a monitorare la situazione per capire se il rallentamento cinese sui pannelli solari rappresenterà un rischio per le catene di approvvigionamento degli Stati Uniti. L’eventualità che sia effettivamente così è piuttosto elevata.

Il “rallentamento” dei pannelli solari

Diversificare le catene di approvvigionamento quando è la Cina a occuparsi quasi da sola dell’intero giro di pannelli solari del globo, risulta essere un’impresa titanica. Secondo quanto riportato da Asia Times, la maggior parte dei Paesi che sta cercando di stroncare le emissioni di carbonio affidandosi alle energie rinnovabili, si è ritrovata a fare i conti con rallentamenti imprevisti. I progetti nei quali dovevano rientrare i pannelli solari sono bloccati a causa dell’impennata dei prezzi degli stessi, aumentati del 50-60% rispetto a un anno fa.

Lo scorso settembre il prezzo del carbone del termico, schizzato alle stelle, e i limiti imposti dal governo cinese alle tariffe dell’elettricità hanno causato la chiusura dei generatori di molte centrali elettriche, provocando una crisi energetica nel nord-est della Cina e presto diffusa a livello nazionale. Nel frattempo, i prezzi dei prodotti industriali ad alto consumo energetico sono anch’essi aumentati. È il caso del silicio, una materia prima dei pannelli solari il cui valore è passato da circa 2.600 dollari per tonnellata a oltre 10mila (+300%). A cosa è dovuto questo aumento?

Effetto contagio

Alcune province, tra le quali quelle dello Yunnan e del Sichuan, hanno ridotto la produzione di silicio del 90% per finalità di risparmio energetico. I produttori di pannelli solari, anche loro invischiati nella diatriba per ridurre il consumo energetico, hanno subito il colpo. Al punto da costringere i cinque più importanti player cinesi del settore (ovvero Longi, Jinko, Trina Solar, JA Solar e Risen Energy) a rilasciare un comunicato congiunto nel tentativo di invitare il Dipartimento dell’Energia del governo a consentire una maggiore flessibilità di consumo energetico.

Il raddoppio del prezzo dei pannelli solari e la parallela diminuzione del 50% delle forniture dei prodotti, entrambe a causa di razionamento dell’energia in Cina, hanno quindi destabilizzato gli sviluppatori solari. Che adesso non sono più in grado di procedere con i loro progetti. Gli Stati Uniti saranno pure riusciti a sostituire i pannelli cinesi con quelli importati da Malesia e Vietnam, ma nella peggior parte dei casi i produttori del sud-est asiatico che riforniscono Washington non sono altro che imprese cinesi che hanno delocalizzato all’estero la fase finale di assemblaggio. Insomma, i pannelli solari cinesi continuano a essere decisivi. E senza le loro esportazioni diversi Paesi rischiano di dover rimandare gran parte dei loro progetti green.

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