La scelta del governo Meloni di mettere mano agli utili delle istituzioni finanziarie italiane per contribuire a finanziare una manovra sostanzialmente orientata a un paradigma di austerità è l’ultimo capitolo di un risiko che ha spesso visto l’esecutivo mettersi di traverso con le major del sistema bancario e assicurativo.
Il governo vuole far cassa con le banche
La ratio di fondo seguita dal ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Giancarlo Giorgetti è stata orientata all’aumento temporaneo dell’aggravio fiscale sugli istituti, ma al contempo è stata sostenuta da una narrazione politica, alimentata soprattutto da Matteo Salvini (vicepremier e segretario della Lega di cui Giorgetti è membro) presentante le nuove tasse come una sostanziale scelta di giustizia contro dei profitti eccessivi e ingiustificati.
In mezzo, Giorgia Meloni, che si è detta certa della possibilità per le banche di sostenere il nuovo aggravio ma ha avallato la misura conscia che lo Stato avrebbe fatto cassa su quegli attori oggi maggiormente scettici sulla politica finanziaria interventista dell’esecutivo. Primi fra tutti: il duo Unicredit-Intesa, “regine” per utili e capitalizzazione, e Assicurazioni Generali, che si sta muovendo per non essere pienamente assoggettata alla nuova Mediobanca (prima azionista del Leone di Trieste) scalata dalla Monte dei Paschi di Siena con partecipazione governativa residua.
Gli equilibrismi del governo sulle banche
Al contempo, però, la necessità di tenere assieme la volontà di ottenere risorse con un preciso equilibrio fiscale, con il rispetto delle regole consolidate e con la presenza di un partito, Forza Italia, che nel governo spinge per ridimensionare l’aggravio ha creato un sistema complesso. Da un lato, alle banche e alle assicurazioni si applicherà un aumento dell’Irap finalizzato a alimentare le casse regionali che nel 2026 e nel 2027 salirà dal 4,65 % al 6,65% per le banche e dal 5,90 % al 7,90 % per le assicurazioni. Una tassa vera e propria, dunque.
Dall’altro, però, alcuni altri contributi non sono propriamente paragonabili a tasse. Il governo posticiperà ulteriormente la possibilità di dedurre dal reddito i costi connessi a quei crediti accumulati per le svalutazioni pregresse di attività a portafoglio, che vanno dunque a ridurre il carico imponibile. Questi Deferret Tax Assets (Dta) valgono da solì quasi 1,2 miliardi di euro e saranno versati dalle banche anticipatamente per poi essere recuperati un domani. Quindi, saranno versati in una fase di utili ancora solidi per i tassi alti che alimentano il margine d’interesse degli istituti per esser poi risparmiati quando questo calerà negli anni a venire.
Al contempo, le banche potrebbero contribuire se sbloccheranno per distribuirle come dividendi le risorse che le vecchie tasse del 2023 e 2024 hanno spinto a trasformare in riserva patrimoniale. Valgono 6 miliardi di euro e se distribuite vedranno la tassa per la loro trasformazione in utili cadere dal 40 al 27%. Quindi, sì, le banche pagheranno ma sarà una condizione relativamente vantaggiosa rispetto al percorso di partenza.
Una tassa a metà
In totale, dunque, il governo mira a raggranellare almeno 10 miliardi di euro: per il 2026, nota Italia Informa, “Il gettito previsto è di circa 4,11 miliardi di euro, a condizione che le banche “liberino” i riserve accumulate negli anni precedenti (tasse previste per 1,65 miliardi); l’importo per il 2027 è quasi identico e scende successivamente a 1,8 miliardi”. Molte di queste risorse rientreranno però alle banche sotto forma di Dta o rappresentano un pagamento in sconto rispetto all’attesa.
Il governo Meloni si trova dunque di fronte al bivio. Su un fronte, due forze di maggioranza come Fratelli d’Italia e Lega avallano, quando non cavalcano esplicitamente, un’istanza politica che mira a cercare la giustificazione per un aumento del pagamento richiesto alle banche tramite il rilancio della narrazione sugli extraprofitti e l’estensione di un perimetro d’influenza sul mondo del credito già reso palese dal caso Mps-Mediobanca e dall’operazione di golden power sul tentativo di Unicredit di scalare Banco Bpm. Sull’altro, però, anche ogni volontà “punitiva” o quantomeno di segnalazione di una precisa volontà politica è annacquata nei fatti dalle logiche del mercato. Allo Stato fa innanzitutto comodo il gettito ordinario delle banche. Meglio esse vanno, più alto quest’ultimo è. E questo nessuna battaglia barricadera politica potrà mai cambiarlo.
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