C’è un episodio dei Simpson, celebre serie animata americana, in cui la famiglia protagonista del cartone vola verso la Tanzania e, proprio in fase di atterraggio, le hostess dell’aereo annunciano per ben quattro volte il cambiamento del nome del paese; in effetti, questa nazione del sud est dell’Africa, grande tre volte l’Italia e ricca di materie prime, non ha trovato la propria identità etimologica molto facilmente: Tanganica, Nuovo Zanzibar fino al nome definitivo scelto nel 1963 che va a fondere i due precedenti, per l’appunto Tanzania, che segna anche la nascita di una federazione tra la parte continentale e l’arcipelago di Zanzibar. Non popolare in Europa come l’Etiopia ed il Kenya, la Tanzania però appare un paese in crescita e da sempre un gran laboratorio politico africano: è proprio qui che nel 1967 nacque la cosiddetta “Ujamaa”, che in swahili vuol dire letteralmente ‘una grande famiglia’; con questo termine si fa riferimento alla via africana al socialismo, un programma ideato dal padre della patria Julius Nyerere, il quale ha da sempre premuto per un affrancamento del suo paese e dell’intero continente nero dal periodo coloniale. Oggi come allora, la Tanzania si pone nuovamente come un importante esempio di dinamismo politico in seno all’Africa.

La scalata al potere di John Magufuli

Dal ritiro dalla vita politica di Nyerere, avvenuto nel 1985, non è cambiato molto nello scenario politico della Tanzania: il partito del fondatore del paese è rimasto sempre al governo, anche se i suoi successori negli anni 90 hanno limato alcuni aspetti del ‘socialismo africano’ aprendo il paese a maggiori investimenti stranieri. Pur tuttavia, le condizioni economiche non sempre hanno dato ragione a determinate scelte compiute dalla classe dirigente: a parte Dar Es Salam, capitale economica e città molto dinamica grazie al suo grande porto sull’Oceano Indiano, ed a parte altri centri urbani di interesse (come la capitale Dodoma), per il resto lo sviluppo delle infrastrutture e la modernizzazione del paese è andata molto a rilento. Una svolta importante si è avuta nel 2015: il partito di governo ha scelto di candidare alla presidenza John Magufuli, noto tra i cittadini con la fama di integerrimo tanto da essere soprannominato il ‘bulldozer africano’.

Ed in effetti la sua campagna elettorale è stata incentrata su una vasta lotta alla corruzione, agli sprechi e ad un piano di investimenti a lungo termine volto a creare maggiori condizioni di sviluppo; la sua vittoria elettorale si deve proprio ai suoi messaggi di discontinuità rispetto ai predecessori del suo stesso partito, con l’opinione pubblica speranzosa di poter rintracciare importanti novità nella gestione della vita amministrativa. Uno dei suoi primi atti è stato quello di licenziare diecimila falsi impiegati pubblici e di far scendere la quota di Ministri da 30 a 19; poi, sono arrivate anche altre misure volte al contenimento della spesa ritenuta superflua ed una lotta senza quartiere allo sfruttamento dei minatori illegali. Nell’ultimo anno la Tanzania ha visto una buona crescita economica ed un maggior dinamismo interno, come testimoniato dall’incremento dei trasporti stradali e ferroviari.

Il braccio di ferro con i colossi del diamante

Ma è sulla politica mineraria che John Magufuli ha iniziato a destare maggior scalpore ed interesse anche all’estero; la Tanzania possiede alcune delle più importanti e grandi miniere di diamanti, tante compagnie e multinazionali del settore controllano qui vasti giacimenti ed esportano nel resto del mondo ingenti quantitativi di materiale. “Non dobbiamo farci truffare ancora” è una delle frasi maggiormente ricorrenti nei discorsi di Magufuli e, nei giorni scorsi, questa promessa ha iniziato a diventare una realtà: il governo di Dodoma ha infatti deciso un innalzamento dal 4 al 6% delle royalties, ma soprattutto ha nazionalizzato il 16% delle cave del paese ed ha vietato alle multinazionali che operano in Tanzania di esportare materie prime in modo da incrementare la produzione locale da attuare con personale locale. Primi passi importanti, forse ancora ‘timidi’ rispetto alle intenzioni di Magufuli, ma tanto è bastato per scatenare numerose reazioni interne ed internazionali: dalla Barrick Gold alla Anglo Gold Ahsanti, passando per la multinazionale Acacia, sono tante le aziende che adesso saranno costrette ad investire di più nel paese in cui estraggono i propri materiali.

Con la Acacia in particolare, Magufuli sembra aver aperto un vero e proprio duello personale: secondo il capo dell’esecutivo della Tanzania, la multinazionale britannica non ha corrisposto al governo somme per licenze estrattive pari a 190 miliardi di dollari, l’equivalente di vent’anni di tasse non pagate. Dal canto suo, il colosso londinese è stato costretto a sedersi al tavolo delle trattative per un rientro del debito che ha portato, nell’immediato, al pagamento di trecento milioni di Dollari; l’obiettivo di Magufuli è quello di far ricadere in Tanzania la ricchezza data dalla presenza delle cave, denunciando le azioni poste in essere da numerose compagnie volte ad estrarre il massimo pagando il minimo al governo. E’ anche in questa ottica che va valutato il sequestro, operato la scorsa estate, di un carico di diamanti estratti dal valore di trenta milioni di Euro posto all’interno di una nave ancorata a Dar Es Salam; secondo le autorità locali, l’azienda proprietaria del carico, ossia la Petra Diamonds, avrebbe dichiarato un valore della merce di gran lunga inferiore a quello reale per evadere un ingente quantitativo di tasse.

L’Africa guarda alla Tanzania

A prescindere se, a lungo termine, l’azione di Magufuli vada in porto o meno e se realmente il suo paese riuscirà ad evitare il depauperamento delle sue risorse, di certo il discorso del capo di Stato della Tanzania ha suscitato non poco interesse nel resto del continente e questo perché, dopo tanti anni, un leader politico africano torna a tuonare contro lo sfruttamento delle ricchezze poste nel sottosuolo e, a grandi linee, torna a rivendicare una certa emancipazione del continente nero dal passato coloniale. Sulla scia della Ujamaa di Nyerere e sul principio di autodeterminazione dei popoli africani, Magufuli nel suo piccolo ha iniziato a tracciare quella che potrebbe essere la vera via africana, fatta di uno sviluppo derivante dallo sfruttamento delle proprie risorse contrapposto al sottosviluppo dato dalla falsa elemosina di un occidente più attento alla retorica sull’accoglienza delle ONG che ad un’attuazione di un serio piano per il continente. La popolarità crescente di Magufuli nei paesi africani, dimostra una sola verità: i popoli che compongono l’Africa, prima ancora di scappare, vogliono credere in una propria di sviluppo che parta dall’indipendenza economica e da rapporti egualitari con le ex madrepatrie.

Ecco perché si guarda a Dodoma e Dar Es Salam con molto interesse: gli investimenti cinesi da un lato e l’emergere di una nuova possibile classe politica continentale che rivendichi un proprio ruolo nel mondo, potrebbero aiutare l’Africa nel giro di pochi anni ad evitare quelle tragedie e quei disastri frutto di decenni di schiavitù, povertà e disuguaglianza economica e sociale.