L’Italia, “Paese ostile” come il resto dell’Unione Europea secondo la definizione di Mosca, rischia di vedere gli asset dei suoi attori economici in Russia bloccati o espropriati. Questo è quanto emerge dalle bozze dei prossimi decreti che Vladimir Putin si prepara a varare per consolidare il posizionamento russo nella guerra economica aperta scatenata dall’Occidente dopo l’invasione dell’Ucraina.
Mentre la tenaglia delle sanzioni va stringendosi e colpisce il cerchio magico degli oligarchi vicini a Putin e le rendite dei loro patrimoni, lo Zar sente la necessità di consolidare il consenso nei confronti dell’èlite di potere più vicina e di mostrare di essere pronto a nuove azioni qualora l’Occidente volesse tentare di obliterare Mosca con l’embargo sul gas e il petrolio. Da qui la volontà di trasformare in scudi le società occidentali presenti in Russia. I russi, nota il Corriere della Sera, “per ora non hanno mosso un dito nei riguardi delle aziende straniere che si trovano sul loro territorio e hanno deciso di interrompere l’attività: anzi sostengono di comprendere il loro atteggiamento di attesa”. Ma questo non potrebbe durare a lungo, dato che anche Mosca necessita di avere certezze sul futuro andamento della sua economia, sul fronte interno fiacca e assai anemica.
In quest’ottica, se il fermo dei beni congelati all’estero nella corsa sanzionatoria partita da Stati Uniti e Regno Unito ed estesasi all’Occidente dovesse protrarsi, il governo di Putin imporrà a molti operatori occidentali presenti nel Paese una scelta, stando alle voci che traspaiono dagli ambienti economici moscoviti: un aut-aut senza possibilità di fuga. Alle imprese occidentali sarà richiesto di “vendere gli asset (presumibilmente in rubli) o affidarli a un’amministrazione fiduciaria che sarà definita dal provvedimento all’esame del Cremlino”. Da Eni a Societé Generale, da British Petroleum a McDonald, sono già molte le imprese che hanno volontariamente lasciato la Russia. Ma se Mosca azionasse tale arma contro chi resta in loco la guerra si focalizzarebbe contro pochi Paesi, per la precisione il gruppo di testa dell’Unione Europea: “Italia, Francia, Germania e Spagna. E che a quanto pare non riguarderebbe altri Paesi del Vecchio Continente – come l’Ungheria, la Grecia e Cipro – che Mosca tratta con benevolenza perché non si sono opposti alle sanzioni e però non le avrebbero di fatto applicate”.
In quest’ottica, l’obiettivo sarebbe chiaro: prendere possesso di asset, know-how, impianti e quote di mercato riconducendole sotto l’orbita russa. Fornire un’arma di ricatto per contrastare congelmaenti di beni russi sempre più braccati dalle sanzioni e mostrare agli oligarchi che il Cremlino si sta muovendo per poterli, indirettamente tutelare giustifica, agli occhi di Putin, la ritorsione. La caccia al tesoro dei Paperoni di Russia sta acquisendo portata consistente. -Finora, più della metà degli Stati membri ha comunicato alla Commissione europea le misure adottate per congelare i beni degli oligarchi russi e bielorussi e sono stati congelati beni per un valore di 29,5 miliardi di euro, compresi beni come barche, elicotteri, immobili e opere d’arte, per un valore di quasi 6,7 miliardi di euro, secondo i rapporti dell’8 aprile scorso. Inoltre, sono state bloccate transazioni per circa 196 miliardi di euro. E anche Il Regno Unito ha inasprito le sanzioni contro Mosca vietando tutti gli investimenti britannici in Russia e prendendo di mira i settori bancario ed energetico, nonchè gli oligarchi.
Se il decreto ipotizzato da Putin vedrà la luce l’Italia sarà un bersaglio centrale. A inizio marzo, lo ricordiamo, sia Confindustria che Sace avevano messo sul tavolo la possibilità degli espropri, leggendo in anticipo il rischio. Il Centro studi di Confindustria si era detto convinto già allora che Mosca potesse procedere a una svolta “venezuelana”, espropriando gli asset delle compagnie occidentali, incluse quelle italiane. Lo stock degli investimenti diretti esteri italiani diretti in Russia è stato valutato dall’Istituto per il Commercio Estero in 11,5 miliardi di euro e per Sace potrebbero già esser vittima di una espropriazione de facto, come il gruppo di Piazza Poli ha fatto notare nel recente rapporto sui rischi dei Paesi con cui l’Italia commercia, inserendo un focus sulla Russia.
L’Ispi in un report sottolinea che è sorprendente il fatto che in questo contesto “la Francia (68%) e l’Italia (64%) si trovino sul podio” delle nazioni col maggior numero di imprese che hanno continuato le attività in Russia dopo il 24 febbraio “con percentuali di non disimpegno dalla Russia molto vicine a quelle cinesi, e nettamente più elevate rispetto a quelle tedesche (46%)”. Resta dunque operativo, per quanto riguarda l’Italia, una quota di due terzi su un totale di oltre 440 attività con 34-35 mila addetti ed un fatturato di 7,4 miliardi di euro. Prima della guerra e nelle sue prime fasi la diplomazia economica era parsa un mezzo di dialogo oltre ogni incomprensione e sfiducia con Mosca. Oggi invece, paradossalmente, il canale rimasto aperto aumenta la superficier di impatto delle ritorsioni di Mosca. Il governo Draghi può e deve muoversi per evitare che Putin proceda a espropri e nazionalizzazioni occulte di asset italiani. Fissare linee rosse sull’energia, i prezzi del gas e la ricerca di alternative può essere una mossa deterrente per evitare che Putin prosegua fino in fondo su una linea che può colpire duramente l’Italia.
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