Ha fatto molto scalpore la presa di posizione degli esponenti della Business Roundtable, l’organizzazione che riunisce gli amministratori delegati delle principali multinazionali statunitensi, che è stata letta come una sorta di mea culpa sulla conduzione dell’economia da parte dei protagonisti dell’attuale sistema.

Nel comunicato degli oltre 200 ad della Roundtable, che include imprese che vanno da Amazon a General Motors, da BlackRock a Jp Morgan, si sottolinea come il rispetto dei lavoratori e dell’ambiente debbano venire prima della distribuzione dei dividendi ai soci. “L’attenzione al profitto deve rimanere, secondo i direttori coinvolti nell’operazione, ma dovrà essere solo una delle linee guida: d’ora in avanti i manager si impegneranno, nelle intenzioni,considerare anche l’impatto sull’ambiente e sulle comunità locali in cui le aziende operano, i rapporti corretti con i fornitori primari e secondari, il rispetto dei propri lavoratori e la tutela dei diritti dei consumatori. “Le società devono proteggere l’ambiente e trattare i dipendenti con “dignità e rispetto”, si legge nel documento, in cui la presa di posizione è in ogni caso talmente generica da risultare ipocrita.

La Business Roundtable, non a caso, è la stessa organizzazione che nel 1993 condusse una forte campagna di lobbying a favore del Nafta, l’accordo di libero scambio tra Canada, Stati Uniti e Messico, prevenendo l’inserimento di clausole stringenti per lavoro e ambiente al suo interno e favorendo le delocalizzazioni produttive.

Un “mea culpa” poco credibile

Risulta credibile immaginare una General Motors intenta a garantire gli standard retributivi statunitensi nei suoi stabilimenti in Messico? La Nike a unificare i trattamenti dall’Oregon al Bangladesh? Amazon, la compagnia di quel Jeff Bezos che si fregia del titolo di uomo più ricco del pianeta, ridurre i margini di sfruttamento del lavoro nei suoi centri logistici? Risulta altresì improbabile pensare alle multinazionali pronte a rimpatriare negli Stati Uniti la produzione: il modello fondato sulle delocalizzazioni, a suo modo, fa comodo anche alle classi povere e medie delle nazioni di destinazione degli impianti, che senza di essi non avrebbero affatto un sistema economico all’avanguardia. “È la stessa storia”, chiosa Bottarelli, “di chi continua a dire che i migranti vanno accolti a prescindere, visto che noi deprediamo l’Africa di materie prime e li obblighiamo così a scappare in cerca di fortuna”.

La narrazione della sostenibilità ambientale e lavorativa del finanzcapitalismo, inteso nelle espressioni più estreme rappresentato dalle compagnie più capitalizzate e dal raggio d’azione maggiore, è fallace alle sue basi. “Una serie di riforme dell’economia capitalistica che riducesse i suoi squilibri endemici, e ricostituisse un rapporto accettabilmente equilibrato tra sistema produttivo, sistema finanziario e ambiente, comporterebbe un tale mutamento dei rapporti di forza politici a livello mondiale da apparire al momento quasi inconcepibile”, ha scritto il compianto Luciano Gallino nel suo fondamentale saggio Finanzcapitalismo

Queste parole appaiono più vere che mai. Specie considerato il fatto che le stesse imprese che ora discutono di svolta green e gli stessi Ceo che paiono tante Greta Thunberg in giacca e cravatta fanno da anni fortuna col denaro a basso costo garantiti dalle banche centrali del mondo, dal quantitative easing e dall’espansione delle borse statunitensi favorita dalla riforma fiscale di Donald Trump. Un sistema la cui sostenibilità è tutta da dimostrare e penalizza l’economia reale: in questa fase, il rallentamento dei riacquisti aziendali di azioni proprie finalizzate a amplificare il valore delle stesse (buyback) segnala il dilatamento di una bolla di difficile gestione.

Un’apertura ai democratici?

Risulta inoltre interessante la lettura della dichiarazione della Business Roundtable nell’ottica della dialettica politica interna agli Stati Uniti, che vedrà presto entrare nel vivo la corsa alla Casa Bianca. Lo sfidante democratico di Donald Trump sarà scelto alle primarie tra un novero di contendenti tra cui figurano anche i Senatori esponenti della sinistra del partito Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, i quali a seconda degli sviluppi potrebbero anche pensare a una cordata unica per la scalata alla nomination. Sanders e la Warren, cercando di sfidare le tematiche trumpiane sul campo, nell’appello all’America profonda, non hanno lesinato critiche al grande business, accusato di scarsa attenzione ai bisogni dei cittadini statunitensi e di atteggiamenti irresponsabili sotto il profilo fiscale.

Il documento, non vincolante in nessun punto, della Business Roundtable potrebbe dunque apparire come un’apertura al dialogo che possa riconciliare le aspettative reciproche nel caso in cui il Congresso e la presidenza siano, dal 2021, in mano ai democratici. E, al tempo stesso, il documento è l’ennesima, cosmetica dichiarazione con cui l’America del business presenta la sua facciata aperta, progressista e open-minded, cercando di marcare quel distacco dall’amministrazione Trump che ha avuto il suo apice nello scontro tra i magnati della Silicon Valley e il presidente su materie quali l’immigrazione. Senza, tuttavia, che ciò impedisse ai membri della Business Roundtable di beneficiare degli esiti del Tax Cuts and Jobs Act, la riforma fiscale di Donald Trump.

I due terzi dei benefici della riforma fiscale, pari a quasi 900 miliardi di dollari, andranno alle grandi imprese statunitensi, che con il denaro risparmiato hanno preferito, negli ultimi mesi, procedere a operazioni finanziarie favorite dal basso costo del denaro o a buyback, senza programmare massicci piani di sostenibilità, investimenti nel lavoro o altri programmi simili a quelli concordati in un documento che appare, in fin dei conti, autoreferenziale. Il denaro non dorme mai, ma gli piace coltivare sogni. Mentre giorno dopo giorno il distacco tra la percezione del mondo dei grandi del business statunitense e quella della gran massa dei cittadini statunitensi, e occidentali in generale, si fa più marcato.