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David Sassoli e Enrico Letta non sono solo due importanti esponenti del centrosinistra italiano, ma anche figure la cui opinione è considerata nelle sfere del potere europee. L’ex giornalista e attuale presidente del Parlamento europeo in quota Pd e l’ex premier italiano divenuto direttore Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi hanno, di recente, animato il dibattito con considerazioni interessanti sul tema del futuro della politica e dell’economia dell’Unione europea.

La sortita di Sassoli

Sassoli nelle scorse ore ha rotto gli indugi su due fronti: il debito creato dalla crisi pandemica e il futuro del Meccanismo europeo di stabilità. Sul fronte del debito, Sassoli ha proposto di cancellare, a fine pandemia, il debito creato dagli Stati per arginare e tamponare le conseguenze economiche del Covid-19. “Una grande riforma per dare più governo e più sovranità all’Unione”, ha spiegato nella sua intervista a Repubblica, è l’unica via per uscire dalla crisi innescata dal coronavirus e combattere “disperazione e miseria”.

Secondo Sassoli, “nella riforma del patto di stabilità dovremo concentrarci sull’evoluzione a medio termine di deficit e spesa pubblica in condizioni di crisi e non solo ossessivamente sul debito”, considerazione che deriva dal fatto che in buona parte d’Europa l’extra-deficit creato dai governi ha un unico finanziatore principale, la Banca centrale europea con il suo Pandemic Emergence Purchase Plan (Pepp) che, sommato al Public Sector Purchase Plan, porterà fino a 1.300 miliardi di euro in titoli ad essere acquisiti. La proposta ha trovato la risposta critica dell’economista pro-austerità Veronica de Romanis, per la quale “cancellare debito di qualcuno significa cancellare credito di qualcun altro”: ma la Bce, essendo istituto centrale di emissione dell’Unione, non potrà mai fallire per insolvenza dei creditori, specie se decretata da essa stessa.

Ma non solo. Sassoli ha approfondito un discorso che avevamo avuto modo di sviluppare nei giorni scorsi, ovvero il futuro del “fondo salva-Stati” che, in tutta Europa, piuttosto che essere considerato come una panacea o, sul fronte opposto, una sciagura è stato, semplicemente, considerato superfluo. La varietà di strumenti messi in campo (dai prestiti Sure al futuro Recovery Fund) consente di differenziare le fonti di finanziamento rispetto a una linea di credito sanitaria che – è bene ricordarlo – fa riferimento a uno strumento esterno ai trattati Ue e, d’altro canto, i Paesi come l’Italia, la Grecia, la Spagna e il Portogallo che hanno avuto più difficoltà in passato con debito e finanziamenti possono, grazie al sostegno dell’Eurotower, muoversi sui mercati a tassi favorevoli.

Non si può, di conseguenza, avere nulla da eccepire su quanto Sassoli ha dichiarato al quotidiano diretto da Maurizio Molinari affermando che “dobbiamo essere pragmatici, lasciare nel congelatore 400 miliardi sarebbe intollerabile. Per rendere utile il Mes è necessario riformarlo e renderlo uno strumento comunitario, non più intergovernativo”.

L’appoggio di Letta (e Salvini)

Enrico Letta ha sostenuto la sortita del compagno del Partito Democratico sul Mes trovandosi, in questo contesto, concorde con il leader della Lega Matteo Salvini e con il leader della sinistra sovranista Stefano Fassina, entrambi critici dell’attuale struttura del Mes, sul superamento dell’attuale formula del Mes.

Fassina ha dichiarato, in particolare, di sperare che “almeno ora il Pd corregga rotta e costruisca un minimo di autonomia culturale nell’interpretazione del vincolo esterno”. Per arrivare a tanto ci vorrà tempo, ma il pragmatismo perlomeno è un passo avanti rispetto all’europeismo acritico. E con ogni probabilità l’appoggio tempestivo di Letta e Sassoli potrebbe essere legato al fatto che  il cambio di opinione del presidente dell’Europarlamento sia stato influenzato da una pubblicazione dell’Istituto Jacques Delors di Berlino, presieduto dall’ex premier italiano. Lo scorso 11 novembre il think tank, sottolinea StartMag, “ha pubblicato un paper ad opera del vice direttore, il giurista Lucas Guttenberg, che prende atto dell’’impraticabilità politica’ del Mes così com’è ora, suggerisce di mettere da parte la proposta di riforma tuttora in discussione e propone di reinventarlo del tutto all’interno del perimetro legale della Ue”.

Una mano francese?

Grande sponsor di queste misure, in ogni caso, rimane la Francia, che nella negoziazione continua alla base del duopolio in Europa mira a guadagnare terreno sulla Germania di Angela Merkel divenuta capace di dettare tempi e modi dell’azione in Europa. Trasformare il Mes in un’organizzazione capace di muoversi e intervenire sotto il cappello Ue e azzerare i debiti pandemici favorirebbe la centralità della Bce, guidata dalla francese Christine Lagarde, e darebbe credito alla posizione del Paese di Emmanuel Macron in un’Europa che troppo spesso l’ha visto junior partner della Cancelliera di Berlino e della sua Germania.

Non a caso, la cancellazione dei debiti sarebbe anche un vero e proprio arrocco per prevenire le conseguenze di lungo termine di una destabilizzazione della Bce ad opera della sentenza della Corte costituzionale tedesca del maggio scorso, che nei prossimi anni metterà l’Eurotower perennemente sotto la lente dell’adempimento degli obblighi normativi tedeschi su debito e solidarietà europea. L’input, dunque, non è certamente italiano nè si pretende che il governo di Roma partecipi attivamente a discussioni ai tavoli più alti dell’Unione Europea: Conte e Gualtieri,a Roma, sognano nuove “potenze di fuoco” attendendo Godot (il Recovery Fund), ma sono occupati da problemi di breve periodo ben più impellenti, come trovare i fondi per coprire una manovra che, fino a poche settimane fa, pretendevano di caricare unicamente su fondi comunitari ancora ben lontani dall’essere approvati. Il pur minimo accenno di pragmatismo di Letta e Sassoli è altra cosa rispetto all’europeismo ingenuo della coalizione M5S-Pd.