Ubs potrebbe lasciare in futuro la sua storica sede di Zurigo. Le indiscrezioni si rincorrono da diversi mesi, ma negli ultimi giorni è diventato tambureggiante il vociare attorno all’ipotesi che la storica istituzione elvetica, con alle spalle 162 anni di storia, possa valutare un cambio di bandiera dopo che il governo di Berna si è detto pronto a introdurre severe prescrizioni sul capitale del gruppo in risposta all’espansione conosciuta col processo di incorporazione dello scomparso Credit Suisse.
Perché il governo svizzero scontenta Ubs
Nel 2023 il collasso della storica rivale di Ubs potrò il governo elvetico a programmare l’incorporazione dei due giganti finanziari del Paese. Sostanzialmente, Ubs liquidò per soli 3 miliardi di franchi svizzeri (3,2 miliardi di dollari) gli azionisti del Credit Suisse e ottenne dal governo di Berna una linea di credito di 9 miliardi per coprire le perdite scoperte della pericolante banca concorrente, oltre che una maxi-iniezione di liquidità da 104 miliardi.
Un’opera di ingegneria finanziaria che stravolse molti equilibri tradizionali, primo fra tutti il trend che vedeva i possessori di quote di un gruppo subordinati nell’ordine dei creditori da soddisfare, proprio per la scelta di essersi assunti un rischio d’impresa, e che servì alla Svizzera per preservare il proprio ruolo di centro europeo degli investimenti. Da allora, Berna convive con un colosso senza concorrenti parigrado in patria a cui ha di recente chiesto importanti prescrizioni.
La Svizzera ha operato chiedendo a Ubs di rafforzare il suo patrimonio di circa 26 miliardi di dollari, mettendo in conto capitale il valore delle sue divisioni estere, così da poter consolidare la sua struttura dopo l’incorporazione della rivale. Il ministro delle finanze Karin Keller-Sutter, che quest’anno ricopre la carica di capo di Stato a rotazione, ha dichiarato di voler concedere dai sei agli otto anni a Ubs per conformarsi alla normativa.
Ubs verso gli Usa?
Ad oggi la banca di Zurigo è il ventesimo istituto al mondo per capitalizzazione, vale quasi 130 miliardi di dollari ed è, poco sopra Unicredit, la seconda banca dell’Europa continentale per valore dopo Banco Santander. La proposta del governo svizzero imporrebbe di patrimonializzare, e non distribuire come dividendi, buona parte degli utili dei prossimi anni. Ragion per cui il management guidato dal Ceo ticinese Sergio Ermotti ha iniziato a guardarsi attorno. Esiste l’ipotesi Londra, ma anche quella del “sogno americano”. Il New York Post ha dato conto di incontri tra i manager di Ubs e funzionari dell’amministrazione di Donald Trump.
“L’amministrazione Trump sta offrendo la deregolamentazione come esca”, scrive Mitrade Insights, aggiungendo che “Ubs sta valutando potenziali accordi con banche americane di medie dimensioni. PNC Financial, con sede a Pittsburgh, è un’opzione, con una valutazione di 79 miliardi di dollari. Un’altra possibilità è la Bank of New York, con un valore di circa 74 miliardi di dollari. Ciò che rende la situazione interessante è che UBS può fare qualcosa che anche un colosso come JPMorgan Chase non può: realizzare una grande acquisizione senza inciampare nel limite dei depositi negli Stati Uniti”, dato che per legge nessuna banca può superare il 10% del controllo sui depositi totali negli States. Insomma, sono offerte praterie di mercato molto più vaste di quelle percorribili non solo tra le montagne svizzere ma anche nel resto del Vecchio Continente.
Dazi, mercato, geopolitica
Uno sguardo malizioso potrebbe collegare il dialogo Ubs-amministrazione Trump, che il Tesoro Usa guidato da Scott Bessent non ha confermato né smentito alla testata di New York, al duro colpo dei dazi al 39% imposti da Washington a Berna nel quadro della partita globale per l’oro e alla parallela volontà del governo americano di costruire un “fondo sovrano” a stelle e strisce, attirando con la leva dei dazi e delle regole allentate multinazionali straniere per aumentare il montante finanziario interno al Paese. Gli Usa si possono permettere il “capitalismo nazionalista” molto più della Svizzera.
Il dibattito sul futuro di Ubs è aperto: da un lato, le spinte di mercato potrebbero far propendere la banca di Zurigo ad assaporare l’idea del cambio di bandiera. Dall’altro, è pur vero che le richieste di consolidamenti patrimoniali del governo elvetico sono decisamente inferiori alle spese sostenute per favorire l’integrazione tra i due campioni e dettate da una postura prudenziale per prevenire l’evitarsi di casi del genere in futuro.
Un’America dalle molte istituzioni finanziarie farebbe lo stesso per Ubs se fosse in crisi in un futuro? La chiave per il futuro svizzero della banca più grande del Paese forse sta nella risposta a questa domanda, in un contesto economico-finanziario in cui al contempo gli Stati intervengono per evitare contagi sistemici nei propri settori strategici e competono sulla scia della promessa continua favorevoli condizioni fiscali e operative agli attori produttivi dei Paesi terzi.
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oli condizioni fiscali e operative agli attori produttivi dei Paesi terzi.