L’amministrazione Trump ha stampato banconote per un 24 per cento in più rispetto ad anni anteriori. L’offerta, secondo dati della Federal Reserve, è passata da 15.33 mila miliardi alla fine del 2019 a 19.1 mila miliardi alla fine del 2020.

La crescita del volume del denaro segue di norma un passo lento e costante nel tempo. Tuttavia, il piano di stimoli, per contrarrestare le ripercussioni della crisi sanitaria, sommato alla necessità di mantenere la liquidità del sistema bancario, e la sua capacità di prestito, hanno generato l’immissione di una massa di dollari senza precedenti nell’economia reale.

Il primo possibile effetto negli Stati Uniti è l’inflazione. Questa si aggiungerebbe alla fase di debolezza che il dollaro sta attraversando, simile alla depressione degli anni settanta o dell’inizio del decennio dei novanta, ma la combinazione di tanti fattori, fra cui l’imprevedibilità dell’evoluzione della pandemia, potrebbe sviluppare circostanze complicate da gestire.

Il secondo effetto è rappresentato da un accelerato deprezzamento del dollaro contro le divise latinoamericane che, invece, potrebbe concedere un inatteso respiro a economie sotto differenti livelli di stress strutturale e congiunturale. I paesi indebitati, per esempio, otterranno grandi benefici, in quanto una maggiore facilità di finanziamento allevia la pressione sulla valuta locale, flessibilizza le politiche interne, e riduce il peso del deficit esterno denominato in valuta forte. La variazione, prevista fra il 10 e il 15 per cento, influirà in maniera positiva su alcuni, anche se su quelli con gravi situazioni ci sarà un impatto minore.

Il Messico ne esce vincente. Socio commerciale degli Stati Uniti, con l’esportazione del 70 per cento dei beni manifatturieri, otterrà importanti ricavi dal ribasso del dollaro. L’industria petrolifera nazionale, inoltre, potrà avvantaggiarsi, dato che un dollaro in discesa remunera le commodities. Si è già dato un piccolo rialzo della quotazione al barile. Il recente accordo T-Mec, con Stati Uniti e Canada, rafforza il contesto propizio.

Pure il Cile, primo produttore di bronzo al mondo, dovrebbe essere favorito dalla caduta della moneta statunitense. Alla fine del 2020, il metallo ha raggiunto la quotazione di 3.22 dollari la libra, la più alta negli ultimi due anni e mezzo. Si stima che il settore minerario quest’anno porterà nelle casse dello stato un totale di 2.873 milioni di dollari, complice la riattivazione del mercato cinese, principale importatore.

Le conseguenze proficue sulle materie prime non arriveranno a grandi risultati in Venezuela, nonostante la rilevanza del settore degli idrocarburi. Le distorsioni sono tali che il calo del dollaro risulta essere irrilevante. In questo scenario, gli indicatori economici potrebbero migliorare, solo con il sollevamento delle sanzioni economiche degli Stati Uniti, investimenti stranieri e lo sviluppo del settore privato.

Per l’Argentina, dal canto suo, sebbene il tipo di cambio abbassi il valore delle obbligazioni, il giogo della dipendenza dal dollaro è difficile da sciogliere, a causa della dimensione del debito e il deterioramento dell’economia che lasciano poco spazio di manovra. Tra l’altro, essendo un esportatore agricolo, il valore del dollaro non è di molto aiuto. Solo un’efficace combinazione di politiche e credibilità potrà garantire un recupero sostenibile.

Le economie dollarizzate del Panama, l’Ecuador e El Salvador – dove il dollaro venne adottato rispettivamente nel 1904, il 2000 e il 2001 – in generale vedranno risvolti fruttuosi. Questi saranno meno evidenti in Ecuador, malgrado il petrolio, per l’incertezza dell’esito delle negozziazioni con il Fondo Monetario Internazionale. Il Panama è il paese con l’economia più robusta, grazie a riforme adottate nel passato, e riuscirà a capitalizzare, a dispetto della riduzione del transito nel canale.