Nel 2010 le terre rare hanno visto i loro prezzi aumentare vertiginosamente, dal 300% a punte fino al 4000%. In quel periodo era in corso un braccio di ferro politico in merito alla sovranità delle isole Senkaku, contese da Cina, Giappone e Taiwan. Alla fine, il blocco delle esportazioni cinesi verso Tokyo provocò uno choc senza precedenti, con ricadute perfino negli approvvigionamenti occidentali.

Pochi capirono in anticipo come sarebbero cambiate le dinamiche future. Pochissimi riuscirono invece a immaginare che potenza economica di uno Stato, nonché la supremazia di un governo rispetto a un altro, sarebbe dipesa dal controllo di questi particolari materiali, e non più soltanto dal possedimento di petrolio o gas. Le terre rare, infatti, sono elementi chimici fondamentali per il funzionamento dell’industria tecnologica ed elettronica moderna. Basta dare un’occhiata agli oggetti che utilizziamo tutti i giorni nella nostra quotidianità, come computer, tablet, smartphone e televisori. Questi, proprio come alcuni strumenti impiegati in campo militare e commerciale, tra cui superconduttori, turbine, satelliti, magneti, laser e sistemi di guida di missili, sono costituiti da quantità più o meno elevate di terre rare (lantanio, cerio, neodimio solo per citarne alcuni).

La Cina è in una posizione di estremo vantaggio, visto e considerando che Pechino è l’unico attore al mondo in grado di maneggiare l’intera filiera produttiva delle terre rare. Il Dragone, infatti, possiede sul proprio territorio i più grandi giacimenti di Rare Earth Elements (Ree) e fornisce il 97% totale mondiale di tale risorsa. Giusto per fare un confronto a distanza, gli Stati Uniti, pur producendo anch’essi Ree, sono costretti a importarne quasi l’80%.

Terre rare e transizione ecologica/digitale

Come sottolineato da Il Fatto Quotidiano, due importanti obiettivi annunciati da molteplici governi, la digitalizzazione e la decarbonizzazione, richiedono il fondamentale sostegno delle terre rare. Le Ree, un gruppo di 17 elementi chimici, giocano un ruolo chiave all’interno dello sviluppo tecnologico globale, sia per quanto riguarda l’energia rinnovabile che i motori elettrici. La Cina, oltre a controllare, come anticipato, l’intera filiera delle Ree ha pure stretto solide relazioni con gli altri fornitori, per lo più Paesi in via di sviluppo.

In altre parole, l’Occidente intenzionato ad affrontare l’imminente trasformazione economica dovrà in qualche modo scendere a compromessi con Pechino. Il motivo è semplice: ai fini della realizzazione di microchip e nanotecnologie, del rafforzamento dei settori fotovoltaici, eolici e idroelettrici, e della produzione di batterie, le terre rare sono il pilastro dal quale partire, costituendone la materia prima.

Nelle mani di Pechino

Torniamo sulla Cina. Abbiamo visto come Pechino controlli praticamente ogni aspetto del ciclo produttivo delle terre rare; questo significa che il Dragone, in caso di tensioni internazionali, potrebbe chiudere i rubinetti delle Ree provocando danni a uno o più Paesi terzi. In una situazione del genere, Stati Uniti e Unione europea sono con le spalle al muro. Già, perché entrambe devono, da un lato convivere con l’ascesa cinese – e questo è un problema per il governo americano, che considera Pechino una minaccia – e dall’altro calibrare nei minimi dettagli ogni affondo ai danni di Xi Jinping, onde evitare ipotetiche ritorsioni commerciali.

Se la “prima guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina mossa dall’America ha avuto effetti anti cinesi molto limitati – molto più di quanto non si aspettassero Donald Trump e i suoi consiglieri -, la prossima potrebbe vedere il tavolo di battaglia completamente capovolto. In caso di “seconda guerra commerciale“, questa coinvolgerà quasi sicuramente le terre rare. A quel punto, la Cina avrebbe vinto prima ancora di scendere in campo. Usa e Ue stanno cercando in tutti i modi di neutralizzare lo strapotere cinese nel campo delle Ree, ma non è facile invertire un processo del genere, e non può essere invertito in così poco tempo. Per invertire il trend occorrono infatti tecnologie costose, lavoro specializzato (dal costo elevato) e la volontà di maneggiare temi spinosi come lo smaltimento delle scorie.