Cina, India, Corea del Sud: le tre più rampanti economie industriali dell’Asia contemporanea sono oggetto dell’attenzione della Russia e del suo braccio armato economico, il Russian Direct Investment Fund (Rdif), per ampliare le prospettive produttive del vaccino Sputnik V.

Il vaccino russo, come testimoniano anche le pubblicazioni apparse su pubblicazioni scientifiche quali The Lancet, è di assoluta affidabilità clinica e autorevoli laboratori occidentali come quello dell’Ospedale Spallanzani di Roma stanno promuovendo ulteriori test di analisi. La questione principale riguardante la proiezione del siero anti-Covid russo è di ordine industriale, diplomatica e geopolitica. Riassumibile in un concetto: proiezione di potenza. Il vaccino Sputnik, per Mosca, non è solo efficace antidoto e frutto dell’efficace sinergia tra apparati civili, laboratori militari e settore privato, ma anche fattore di prestigio e proiezione geostrategica. Il siero russo è stato approvato da 54 Paesi per complessivi 1,4 miliardi di abitanti, quasi un quarto della popolazione della Terra, e il governo di Vladimir Putin ha posto in essere un’ampia campagna di vendita e promozione del vaccino promettendo ampie forniture a Paesi sparsi ai quattro angoli del globo, dalla Serbia all’Argentina passando per diversi Stati africani.

E 1,4 miliardi è anche il numero di dosi che, come ha riportato il Financial Times, Mosca si è impegnata a fornire negli accordi sinora siglati, un numero tale da permettere 700 milioni di immunizzazioni.

Per far sì che ciò avvenga e per permettere a Mosca di perseguire su un doppio binario l’immunizzazione interna e la proiezione globale del vaccino, il Rdif si sta impegnando per aumentare la capacità produttiva a sua disposizione. Rientrano in quest’ottica le manifestazioni di interesse presentate per l’inizio della produzione sul suolo europeo, che hanno trovato sponda in Mario Draghi e Angela Merkel. Ma di fronte a titubanze crescenti sul fronte comunitario, alla pressione politica e sanzionatoria degli Usa e alle possibili divergenze sulla programmazione della riconversione industriale (che potrebbe spingere Paesi come l’Italia a privilegiare vaccini a mRna più avanzati tecnologicamente) Mosca non conta di vedere la produzione europea come il reale game-changer, e guarda dunque a Est.

Il New York Times ha sottolineato che Mosca ha appaltato parte della produzione alla sudcoreana Gl Rapha, che produrrà 150 milioni di dosi, e sottolineato che l’indiana Virchow Biotech di Hyderabad ha siglato con il Rdif un accordo per produrre 200 milioni di dosi.

Inoltre, il sempre attivissimo account Twitter ufficiale del vaccino russo ha sottolineato l’inizio di una partnership con la Cina per produrre 60 milioni di dosi in un’azienda, la Yuanxing, situata nel cuore tecnologico-industriale della Repubblica Popolare, Shenzen.

Il Nyt ha criticato la presunta incoerenza della Russia, che pur essendo in ritardo sull’immunizzazione interna (4,4% della popolazione) non blocca l’export e, anzi, deve importare dosi dall’estero, ma questo è senz’altro frutto di una precisa volontà politica.

Mosca, che sotto certi punti di vista si è posta obiettivi forse eccessivamente ambiziosi, non ha altra scelta che perseguire il doppio binario complice la necessità di evitare una degenerazione della guerra doganale e commerciale dei vaccini, essendo la catena del valore del suo vaccino estremamente complessa.

Sdoganare una vera competizione a campo aperto sul controllo dei vaccini e dell’export di dosi sarebbe complesso per chi in questo campo si troverebbe più vulnerabile come la Russia. Tra le case produttrici occidentali il caso di AstraZeneca, che ha subito lo “schiaffo di Anagni” assestatole da Mario Draghi e vede milioni di dosi trattenute negli Usa in attesa dell’approvazione delle autorità di Washington, mostra la criticità dei grandi gruppi produttori e la vulnerabilità di fronte alla guerra dei vaccini. La compagnia anglo-svedese si affida a una rete globale di oltre 20 partner che operano in siti di realzizazione e approvvigionamento sia a livello europeo (in Paesi quali Italia, Spagna, Belgio, Germania) sia a livello globale (Usa, Australia, India, Cina, Argentina, Brasile, Russia, Giappone, Corea del Sud) e singoli colli di bottiglia possono essere rischiosi per i flussi dei suoi vaccini.

La questione più saliente da sottolineare è l’attestazione del fatto che la strategia orientale sembra, ora più che mai, la maggiormente efficace per lo sviluppo delle strategie geoeconomiche di Mosca e che anche la partita dei vaccini non faccia eccezione. Sempre più euroasiatica e sempre meno legata all’Occidente, Mosca trova in questa postura la maggiore fonte di sicurezza per permettere alle sue politiche di avere successo. E questi nuovi scenari sanitari e industriali possono, in prospettiva, ridurre ulteriormente i margini operativi per l’Europa per diventare hub di produzione vaccinale, riducendo l’urgenza di Mosca per ampliare la sua capacità produttiva.