Gli Stati Uniti sono da tempo un gigante nel settore energetico, sia per quanto riguarda la produzione di petrolio che di gas naturale. Divenuti un Paese esportatore di entrambe le due fonti energetiche, gli Usa assumono un nuovo ruolo all’interno del mercato globale e gli interessi economici vanno a braccetto con la visione geopolitica. In particolare, è di sempre maggiore interesse l’intrecciarsi delle questioni relative alle esportazioni di Gnl – gas naturale liquefatto – verso l’Asia e la dottrina geopolitica che gli Stati Uniti, soprattutto sotto l’amministrazione Trump, adoperano per interpretare questa specifica regione del mondo. A riprova di ciò vi è il report intitolato “Revolutionizing Lng and natural gas in the Indo-Pacific”, pubblicato ad ottobre 2019 e prodotto dal National Bureau of Asian Research, nonché un’analisi pubblicata sul sito del prestigioso centro studi statunitense Csis nel dicembre 2018. Dietro l’interesse accademico, come immaginabile, c’è un apparato dottrinale e un insieme di dati che vale la pena conoscere per comprendere l’ampiezza ed importanza del tema.

Per analizzare la strategia d’espansione del gas naturale statunitense in Asia è bene introdurre due idee fondamentali che serviranno per comprendere la visione dietro le azioni intraprese. Il primo concetto chiave è quello di energy dominance, contenuto nella National Security Strategy degli Stati Uniti del 2017, elaborata dunque sotto la presidenza Trump. La premessa alla base di questo concetto è che gli Stati Uniti ricopriranno negli anni a venire il ruolo di nazione dominante dal punto di vista energetico, situazione che rappresenta un unicum nella storia del Paese. Il ruolo dominante degli USA riguarda la produzione, il consumo e l’innovazione tecnologica nell’ambito energetico e l’abbondanza di fonti energetiche come gas naturale, petrolio, carbone, rinnovabili e nucleare è concepita come la chiave per stimolare l’economia e porre basi per la crescita futura. Inoltre, speciale attenzione è posta nella promozione delle esportazioni di risorse, tecnologie e servizi energetici nel mercato globale, scenario su cui gli USA vogliono imporsi anche tramite il supporto attivo al proprio settore privato.

Il secondo pilastro fondamentale della geopolitica di Donald Trump nella regione è il concetto di strategia Indo-Pacifica: elaborato per la prima volta da Gurpreet s. Khurana, stratega marino e direttore esecutivo della New Delhi National Marine Foundation, il termine ha ripreso vita con Trump soprattutto nella sua accezione di visione regionale contrapposta all’idea di “Asia-Pacifico”, la quale include la Cina e vede l’Asia orientale come un blocco unitario che discute i propri interessi con gli Stati Uniti. Con la promozione di un’idea di Indo-Pacifico, Trump definisce un quadro in cui le nazioni di riferimento, oltre agli Usa, sono l’India, il Sud-est Asiatico, la Corea del Sud, l’Australia e il Giappone, tutti uniti per contenere il ruolo cinese nell’area. La Cina era già presente come minaccia all’interno della sinossi non secretata della National Defense Strategy del 2018, dove la stessa contrapposizione fra essa e la zona Indo-Pacifica viene evidenziata rappresentando le manovre di Pechino come tentativi di estendere con aggressività la propria influenza nella regione, col fine ultimo di ottenere l’egemonia su di essa. 

La rivalità fra Cina e Stati Uniti, dunque, si traduce anche in una diversa rappresentazione degli spazi geografici e delle relazioni che li organizzano, come delineato all’interno del documento “Indo-Pacific Strategy Report” elaborato dal Dipartimento della Difesa statunitense e pubblicato il primo giugno 2019. Fin dal messaggio del Segretario della Difesa contenuto nel documento, gli Stati Uniti definiscono l’area Indo-Pacifica come una regione a cui gli Stati Uniti, essendo una “nazione Pacifica“, si sentono legati da legami storici, culturali, commerciali e valoriali mentre la Cina viene rappresentata come un attore aggressivo che tramite l’influenza, un'”economia predatoria” e il potere militare cerca di piegare al suo volere le altre nazioni, il tutto entro il secondo paragrafo del documento. Per capire meglio l’importanza dello spostamento occorre ricordare che anche nella National Security Strategy elaborata da Obama nel 2015 viene scritto che gli Usa “sono stati e rimarranno una potenza Pacifica”, tuttavia si parla di “Asia” e “Pacifico” come due concetti interconnessi, senza delineare una divisione fra blocco Indo-Pacifico e blocco cinese. Al contrario, il documento afferma che gli Usa “accolgono l’ascesa di una stabile, pacifica e prospera Cina” ed enfatizzano come l’intenzione sia quella di costruire rapporti positivi con quest’ultima. Il cambio di paradigma è evidente ed aiuta a capire verso chi potesse essere rivolta quella suggestiva idea di energy dominance discussa in precedenza.

Questi concetti sono ciò che serve per inquadrare le mosse degli Stati Uniti nel mercato del gas naturale asiatico. La produzione di gas naturale Usa porta il Paese ad essere leader mondiale nel settore e l’espansione in altri mercati è fondamentale per garantire l’acquisto di questo stesso gas. La Cina, individuata come il principale importatore di gas naturale nel 2019 soprattutto grazie agli acquisti di Gnl, è il driver principale del mercato e l’incontro fra essa e gli Stati Uniti su questo scenario riflette la contrapposizione fra i due Paesi dal punto di vista geopolitico. Un primo segnale evidente è il mancato arrivo delle navi cargo di Gnl partite dagli Stati Uniti e dirette in Cina a marzo e aprile di quest’anno, blocco che persiste tutt’oggi in risposta all’inasprirsi della guerra commerciale fra le due potenze. Il calo c’è stato anche confrontando i dati del 2018, con 27 navi statunitensi arrivate in Cina, rispetto alle 30 navi arrivate nel 2017, dopo che il 2015 ed il 2016 avevano visto un exploit delle esportazioni di Gnl statunitense nel gigante asiatico.

A fronte di una riduzione delle esportazioni verso la Cina, gli Usa accrescono il volume di Gnl inviato in India, che passa da 16 915 milioni di piedi cubi nel 2016 a 57 634 nel 2018, il Giappone che da 13.310 milioni del 2014 passa a 125.534 milioni nel 2018, il Pakistan che nel 2017 importava 3.166 milioni di piedi cubi e nel 2018 12.188 – quasi quattro volte tanto in un anno -, la Corea del Sud che da 10.166 milioni nel 2016 raggiunge i 252.223 milioni nel 2018. Il freedom gas, come ribattezzato dal Dipartimento dell’Energia statunitense, sta letteralmente inondando i mercati asiatici spinto dalla forte domanda di fonti di energia più pulite mentre quello cinese sta sperimentando i primi effetti della guerra commerciale. Nella sfida ad essere il dominatore del mercato del Gnl in Asia, gli Stati Uniti hanno come competitors reali il Qatar, il quale sta dirigendo la sua attenzione verso il gas naturale e l’Asia, motivo proprio abbandono dell’Opec l’Australia che è proiettata verso il ruolo di principale esportatore di Gnl del mondo e la Russia, la quale però dovrà sgomitare per farsi spazio in un terreno dove la competizione è serrata. 

La lotta per la supremazia è dunque serrata e per gli Stati Uniti non sarà priva di avversari di peso. Tuttavia, i segnali sembrano benevoli e le previsioni della Iea vedono gli Usa diventare il principale esportatore di Gnl nel 2024. Una crescita evidentemente guidata in gran parte dall’Asia o, più precisamente, da quell’area Indo-Pacifica a cui il presidente Trump guarda in funzione anticinese. Stringere solidi legami per la fornitura di gas naturale è dunque un ottimo veicolo per garantirsi un legame con quelle nazioni come Giappone, India e Corea del Sud che vedrebbero di buon occhio un ridimensionamento cinese da cui potrebbero ricavare qualche vantaggio e nella corsa alla crescita potranno star certi che il freedom gas sarà dalla loro parte. D’altra parte, il potere di cui gli Usa godranno nella regione crescerà di importanza e il Gnl diventerà un veicolo di trasmissione dell’influenza statunitense nell’Indo-Pacifico, portando la divisione fra Stati Uniti e Cina su un ulteriore livello.

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