Esiste un tema, come quello inerente la presenza italiana in Africa, sul quale in passato le forze politiche si sono spesso confrontate ma che, al tempo stesso, ha segnato per anni una delle tante note dolenti della politica estera di Roma; è trasversale la convergenza circa la consapevolezza dell’importanza di essere nel continente nero, pur tuttavia è soltanto nell’ultimo decennio che l’Italia ha iniziato a guadagnare il terreno perduto. Un dato deve, in tal senso, far riflettere: nel 2016 il nostro paese si è piazzato dietro soltanto la Cina e gli Emirati Arabi Uniti come investitore nel continente, un giro d’affari complessivo di 11.6 miliardi di Dollari; un aspetto senza dubbio incoraggiante, ma che deve fungere come mera base di partenza per i futuri governi che verranno, a prescindere dal loro colore politico. L’Italia dunque è tornata in Africa, gli intrecci economici e militari con il continente a noi dirimpettaio sono in espansione, è forse adesso il momento per Roma di raccogliere dopo aver costruito solide basi.

L’Italia in Africa trainata dall’energia

Il dato che vede il nostro paese al terzo posto tra i paesi investitori in Africa, da un lato ha spinto verso l’ottimismo, dall’altro non può che portare ad importanti considerazioni e riflessioni: sugli 11.6 miliardi di investimenti dell’Italia, ben otto sono dell’Eni; il cane a sei zampe ha avuto inevitabilmente guai dalla guerra in Libia, pur tuttavia in Africa il colosso dell’energia italiana è presente in sedici paesi. Eni non vuol dire soltanto gas e petrolio, ma anche un indotto che ha provocato un positivo ‘effetto trascinamento’ capace, in pochi anni, di portare nel continente altre numerose piccole e medie aziende italiane. I contratti legati all’energia sono quindi quelli più importanti, considerando anche la presenza dell’Enel in diversi paesi africani; questo non ha voluto significare solo contratti per le società in questione, ma anche aumento del peso politico italiano in un continente che rappresenta il naturale sbocco per il nostro paese, verso cui gli stessi governi africani guardano con un certo interesse.

Le note dolenti

Al fianco dei positivi segnali premonitori di una vera e propria ‘rimonta’ italiana in Africa, vi sono però da segnalare alcuni dati preoccupanti; in primo luogo, nervo scoperto per eccellenza per gli affari italiani nel continente nero è rappresentato dalla Libia: come affermato, in occasione del forum trai due paesi tenuto ad Agrigento nel mese di luglio, da Gianfranco Damiano, presidente della Camera di Commercio italo – libica, molte aziende rischiano il fallimento per crediti mai ripagati dal governo di Tripoli che, complessivamente, sfiorano i duecento milioni di Euro. Ma non solo: tanti progetti che riguardano la costruzione di infrastrutture e grandi opere, sottoscritti nell’ambito del trattato di amicizia del 2008, sono ovviamente rimasti fermi e non possono procedere per via della guerra in corso; diverse società hanno perso occasioni di investimenti e l’Italia ancora oggi rischia di perdere, complessivamente, il proprio storico ruolo nella sua ex colonia.

In poche parole, la guerra contro Gheddafi è stata un errore ed è una vera spada di Damocle per la crescita della presenza italiana in Africa; una Libia saldamente vicino Roma, avrebbe potuto rappresentare una testa di ponte verso il Sahel e verso la parte più profonda del continente. Altro dato da tenere in considerazione, è la concorrenza di tanti altri paesi europei in Africa; tardamente l’occidente, dopo aver lasciato campo libero alla Cina, si sta accorgendo delle potenzialità del territorio africano e di molti dei suoi Stati capaci di offrire una crescita lenta ma costante delle proprie economie e, di conseguenza, la possibilità di espandersi in diversi settori essenziali. Germania e Francia stanno cercando di concludere diversi affari in molti paesi, Parigi in particolare risulta in questo momento molto dinamica in alcune delle sue ex colonie; l’Italia dunque, non può permettersi ‘pause’ nella sua politica africana e per l’Africa, pena la perdita di quanto di buono fin qui recuperato.

L’impegno militare

Forse è anche grazie alla consapevolezza dell’ultimo punto sopra citato che a Roma, nei mesi scorsi, si è iniziato a programmare una nuova missione militare nel cuore del Sahel; “Gentiloni in Niger come Cavour in Crimea”, ha scritto a dicembre Marco Perduca: in effetti una tale equazione non è affatto azzardata. Se da un lato è vero che sussistono motivazioni pratiche circa l’impegno di nostri soldati nel paese africano confinante con la Libia, le quali riguardano il contrasto al dilagante fenomeno jihadista e, soprattutto, il blocco delle carovane che trasportano migranti verso le nostre coste, dall’altro è pur vero che, essendo il Niger uno degli Stati cruciali ed essenziali per gli equilibri del Sahel, non portare lì un nostro contingente (mentre anche altre nazioni europee si muovono in tal senso) avrebbe comportato un autentico suicidio politico dell’Italia. Ecco quindi, che al fianco di una rimonta del nostro paese in campo economico, adesso è da sottolineare un ritorno di carattere militare del nostro paese nel continente nero.

Prospettive future

Come detto sopra, a prescindere dal colore dei governi l’Italia in Africa deve avere una chiara strategia ed una visione a lungo termine, capace anche di andare oltre le scadenze delle legislature; il continente nero è in espansione, la sua importanza da un punto di vista strategico assumerà negli anni venturi sempre più vigore, l’Italia per ragioni storico/geografiche non può permettersi di stare a guardare. Lì dove forse ancora è possibile rimontare, al di là del settore energetico, è quello delle infrastrutture: per adesso sono stati i cinesi a monopolizzare la costruzione di ferrovie ed autostrade in diversi paesi africani, l’Italia può fare la voce grossa essendo già impegnata, in questo settore, con successo all’estero tra Gran Bretagna, Grecia ed Iran.