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Con i dazi imposti nei primi sei mesi e mezzi del suo mandato Donald Trump sta provando a mettere in campo l’ultima manifestazione dell’egemonia statunitense in campo economico-finanziario su scala globale. O meglio, di rinnovare l’illusione che in un mondo che cambia ed è sempre più competitivo la parola di Washington possa essere l’ordinatore ultimo delle relazioni internazionali in campo geopolitico così come in campo economico.

La guerra commerciale globale

Delle implicazioni delle politiche tariffarie di The Donald sul piano degli scambi commerciali, della corsa a contenere il debito americano e della ricerca di una via per fare cassa di fronte a deficit fiscali e mercantili sempre più impressionanti abbiamo scritto diffusamente in questi mesi. Così come abbiamo parlando ampiamente dell’ambizione di Washington di fissare un “biglietto d’ingresso al mercato Usa come prezzo da pagare sul piano commerciale per navigare in una globalizzazione che è e resta a matrice americana.

In ogni caso, al contempo bisogna sottolineare che c’è, dietro le politiche commerciali, un progetto strategico di matrice squisitamente geopolitica che corre parallelo a quello economico, fiscale e industriale. I dazi sono “America First” in purezza. Trump rivendica che gli Usa possono permettersi di tassare le merci provenienti dal mondo intero, che gli States restano la “nazione indispensabile” dell’economia globale, l’azionista di maggioranza dell’ordine internazionale. Esalta l’unilateralismo daziando per trattare concessioni unilaterali, come quelle accordate all’Unione Europea, ma al contempo fornisce una gerarchia della vicinanza al centro imperiale delle potenze globali.

Dazi per tutti, a livelli eterogenei e per motivi diversi

Ad alcuni alleati (Regno Unito, Australia, Argentina) è concessa la tariffa de minimis del 10%, a quei Paesi con un surplus commerciale solido verso Washington ma considerate strategicamente vicine si arriva al 15% (Ue, Giappone, Corea del Sud l’hanno negoziato, altri Stati come Israele e la Turchia l’hanno incassato unilateralmente), mentre per le grandi economie manifatturiere dell’Asia la priorità è data allo sbilanciato rapporto economico con la superpotenza, con il picco dell’India al 25%, seguita dal Vietnam al 20% e da Indonesia e Malesia al 19%.

Last but not least, i dazi “politici”, segno della volontà di Washington di riproporre la sua egemonia su quei Paesi ritenuti non conformi all’ordine che Trump intende imporre. Alcuni esempi: il fallo di reazione del dazio al 35% sul confinante Canada, Paese ritenuto colpevole di star pensando di far da sé su export, difesa, energia, il 39% contro la Svizzera colosso finanziario d’Europa che non ha voluto fare concessioni unilaterali e, soprattutto, il 50% al Brasile di Lula, un’ingerenza politica di Trump per favorire l’alleato e rivale del presidente Jair Bolsonaro.

I cerchi concentrici attorno agli Usa disegnati dai dazi

Con questi dazi, Trump dà il “voto” della vicinanza agli Usa dei vari Paesi. E dunque prova a ricordare al mondo che il rating della fiducia americana deve essere dirimente per orientare le politiche economiche di ogni Stato.

Questa prospettiva può alzare l’asticella della pressione su partner e rivali ma sconta un presupposto quantomeno strabico: la concezione di un mondo formato da vassalli pronti a questuare a corte clemenza dall’imperatore. Non è così.

Si pensi all’India, coccolata da Trump come partner strategico ma che ha subito dazi al 25% per aver voluto giocare in autonomia sulla manifattura tecnologica, i legami con i Brics e l’aggiramento delle sanzioni alla Russia. O al Canada di Mark Carney, ex banchiere di stampo tecnocratico e leader del progressista Partito Liberale che, di fatto, deve l’intera strategia alla sua opposizione a The Donald: legami con Ue e Giappone sulla difesa, sfida a Washington sull’export energetico e creazione di un mix politico capace di unire un “nazionalismo illuminato” in campo economico e una spinta transatlantica volta a ridimensionare il peso degli Usa nell’asse occidentale.

Ci sono poi Paesi di cui gli Usa hanno bisogno, senza fare a meno di nasconderlo, per ragioni sistemiche: dazi o non dazi, Paesi come Turchia, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti presidiano settori economici o spazi strategici vitali per gli Usa. Infine, con il confinante Messico Trump ha fatto un’eccezione unilaterale: dazio al 25%, ma sospeso per 90 giorni cercando un accordo volto a prevenire una repentina impennata dei prezzi di molti beni negli States. Al contempo, l’America è destinata a pagare, come dimostrano i dati, sotto forma di inflazione, erosione dei profitti delle multinazionali e incertezza interna l’innalzamento delle barriere.

I dazi di Trump come le guerre neocon: l’illusione dell’egemonia

Qui cade la grande illusione strategica della politica tariffaria trumpista: l’idea che i rincari commerciali possano riportare l’economia americana a una purezza primigenia e affermare la supremazia statunitense in forma unilaterale va letta come ideale continuum delle passate mossa americane volte a plasmare, senza il contributo del resto del pianeta, l’ordine globale.

A suo modo, il trumpismo riprende l’idea dell’epoca di George W. Bush e dell’élite neoconservatrici che promuovendo il Progetto per un Nuovo Secolo Americano (Pnac) e puntando unicamente sull’idea della supremazia militare della cosiddetta “iperpotenza” americana vollero usare le guerre mediorientali in Iraq e Afghanistan come banco di prova della capacità di ristrutturare il sistema-mondo a proprio piacimento.

Ora le guerre sono commerciali, ma il principio è lo stesso: costruire un nuovo secolo americano nonostante le crescenti resistenze che emergono, dallo spostamento in Asia della manifattura globale all’ascesa cinese nelle tecnologie passando per la sfida valutaria dei Brics. Leggendo la biografia personale, e non solo politica, di molti architetti della grande strategia trumpista, come il Segretario al Commercio Howard Lutnick, si può capire l’ansia securitaria che anima gli Usa in questa manovra. Ma se ieri la strategia era proiettiva e volta a ridisegnare il mondo in forma ambiziosa e dominante, oggi le mosse della Casa Bianca mostrano un paradossale sovrapporsi di istanze unilaterali e di una sostanziale strategia difensiva e anti-declinista. Un mix destinato a scontrarsi con la realtà come quello degli apprendisti stregoni di inizio secolo.

La guerra commerciale mondiale segna una fase critica della globalizzazione. InsideOver la segue con attenzione e volontà di approfondire questo e altri tornanti della storia in maniera critica e priva di pregiudizi. Per sostenere il nostro metodo, abbonati e diventa uno di noi!

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