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La corsa all’Artico è ufficialmente iniziata e la Russia è intenzionata a vincerla. Dopo avere aumentato le difese militari in diversi punti strategici della rotta del mare del Nord, in reazione alle crescenti attenzioni su di essa da parte statunitense, e dopo avere avviato una serie di ambiziosi progetti energetici con la Cina nel settore del gas naturale liquefatto, adesso il Cremlino ha redatto una strategia quindicennale per lo sviluppo economico dell’estremo nord.

Il piano

La visione che sta guidando le mosse del Cremlino nella vasta regione artica è di lungo termine e ambisce a raggiungere una serie di obiettivi entro il 2035, fra i quali l’attrazione di capitale straniero per mezzo di sussidi, incentivi all’inizio di attività imprenditoriali ed esenzioni fiscali, la creazione di un regime legislativo speciale per i territori artici, e la costruzione di maxi-impianti estrattivi lungo i giacimenti di risorse naturali più considerevoli funzionali a creare migliaia di posti di lavoro e ad avere un impatto significativo sul prodotto interno lordo.

Per quanto riguarda il primo punto, Mosca è particolarmente interessata al know-how delle imprese specializzate nell’estrazione massiva di idrocarburi e sono stati elaborati diversi schemi fiscali specifici per attrarle, come ad esempio la tassazione zero sui profitti per i primi anni di attività e l’inizio della tassazione, comunque debole e compresa fra l’1% e il 5%, dopo 10-15 anni dall’inizio delle attività.

Nel piano del Cremlino c’è anche spazio per la delicata questione del sotto-popolamento, che è stata affidata al nuovo ministro per lo sviluppo dell’Estremo oriente russo e dell’Artico, Alexander Kozlov. La regione, che insieme a Siberia ed estremo oriente è la più scarsamente popolata del paese, negli ultimi 15 anni ha registrato la perdita di 300mila abitanti ed è arrivata ad ospitare soltanto l’1,5% della popolazione totale.

Kozlov ritiene che una volta creato l’ambiente favorevole per la delocalizzazione delle imprese, farà seguito l’arrivo in massa di nuovi abitanti, e della stessa opinione è Sergey Veller, il presidente dell’Unione dei Produttori e degli Imprenditori di Murmansk. Per questa ragione il Cremlino ha annunciato la prossima apertura di almeno 21 maxi-cantieri per la costruzione di fabbriche, miniere e di grandi opere, come strade, porti, gasdotti ed oleodotti, il cui completamento richiederà anni e che, perciò, terrà la forza lavoro sul posto, riportando le città in via d’estinzione alla crescita.

Sullo sfondo dei maxi-progetti è prevista l’apertura di centinaia di attività commerciali, spalmata su un arco di 15 anni. In totale, è stato stimato che grandi opere e piccole iniziative commerciali dovrebbero creare 200mila posti di lavoro. La speranza è che, a cantieri finiti, la nuova legislazione speciale per l’Artico convincerà le imprese a mantenere le attività nella regione.

Il sogno della Rosneft

Negli stessi giorni in cui viene varato il piano per l’Artico, la Rosneft comunica di avere un progetto colossale per l’estrazione del petrolio contenuto negli Urali settentrionali. Nella regione si trovano diversi giacimenti di oro nero e nessuno di essi è stato propriamente sfruttato né le capacità in termini di barili realmente appurate. La Rosneft ha elaborato alcune stime e crede che sviluppando e collegando i giacimenti si possano estrarre ed esportare almeno 25 milioni di tonnellate di petrolio l’anno per più di un decennio.

Se realizzato, si tratterebbe del più grande progetto petrolifero mai realizzato nella storia dell’umanità e avrebbe delle ricadute enormemente positive sull’economia, sullo sviluppo infrastrutturale della regione e sullo status di potere di Mosca. Stando alla Rosneft, infatti, i cantieri occuperebbero almeno 100mila persone e riguarderebbero la costruzione di 15 nuove città, due aeroporti, un porto, 800 chilometri di oleodotti e 3mila 500 chilometri di cavi elettrici, con un’incidenza annua sul pil del 2%.

L’attenzione per l’ambiente

L’Artico è una regione di fondamentale importanza geostrategica per via degli immensi depositi di idrocarburi e metalli preziosi ivi contenuti, ma ciò non significa che alle grandi compagnie della perforazione del suolo e dell’estrazione sarà consentito di determinare sconvolgimenti profondi e permanenti sull’ecosistema.

L’istituto di fisica e tecnologia dell’università di Mosca ha recentemente svelato un piano da 10 milioni di euro per la costruzione di una stazione di ricerca di 2mila quadri, ecosostenibile, nella penisola di Yamal. La stazione, ribattezzata Snezhinka, dovrebbe essere inaugurata nel 2022 e funzionerà grazie ad un complesso sistema a base di idrogeno, energia solare ed eolica. 

Snezhinka servirà un obiettivo: mostrare che è possibile creare insediamenti ecosostenibili in aree sensibili come l’Artico, fungendo da modello per future costruzioni. I suoi residenti, principalmente giovani scienziati, si occuperanno di studiare la transizione energetica dai combustibili fossili alle rinnovabili e lo sviluppo di smart cities in Russia.