Il Gran Premio d’Austria è stato il primo di questa strana stagione di Formula Uno, che risente dello stravolgimento dei calendari sportivi causato dalla pandemia da coronavirus. Una partenza in piena estate per la kermesse automobilistica più seguita al mondo, che non poteva non avere risvolti anche di natura extra sportiva. E se il mainstream si è concentrato a fare la conta dei piloti che si sono inginocchiati in segno di solidarietà a George Floyd e ad evidenziare che, sempre per la stessa campagna, la Mercedes si è presentata con un’auto nera, in realtà gli spunti più importanti sono arrivati dalle scritte a bordo pista indicanti gli sponsor. La Formula Uno è uno spettacolo che va in onda in tutto il mondo, è un’Olimpiade che si ripete per ogni week end di gara ed è per questo che, attorno al “circus“, si concentrano delicati interessi sia finanziari che politici.

La comparsa della Aramco

Una volta la pista che accoglie il Gran Premio d’Austria era conosciuta con lo stesso nome dell’aeroporto militare in cui si è tenuta la prima edizione della manifestazione, ossia Zeltweg. Portare il rombo dei motori della massima serie automobilistica tra i boschi della Stiria ha sempre affascinato sia gli abitanti locali che i gestori della Formula Uno. E così negli anni ’70 il circuito si è spostato dall’aeroporto militare ed è stato costruito con standard più adeguati nel vicino comune di Spielberg, ma per tutti gli appassionati quei sali scendi di asfalto nel cuore della foresta ai cui bordi il pubblico inneggiava a Niki Lauda hanno continuato ad avere la denominazione di Zeltweg. Poi, per fare in modo che il sogno austriaco di ospitare un Gran Premio non si interrompesse, è iniziata la girandola delle denominazioni dettate dagli sponsor. Quando la pista è stata adeguata agli standard odierni nel 1997, l’autodromo di Zeltweg è diventato “A1 Ring“, dal nome della più importante compagnia telefonica austriaca che ha contribuito ai lavori. In anni più recenti, la pista è stata rimessa a nuovo dalla più rinomata multinazionale austriaca, ossia la Red Bull. Ed oggi la pista ha lo stesso nome del marchio che compare nelle lattine vendute in tutto il mondo.

Dunque di marchi e sponsor l’autodromo della Stiria se ne intende parecchio, ha una tradizione lunga quanto quasi lo stesso Gran Premio. E subito dopo la partenza della gara di domenica, è stato possibile notare un altro marchio ben inciso sia nei cartelloni pubblicitari che nelle vie di fuga. In particolare, quando le auto hanno superato il tortuoso rettilineo un tempo conosciuto come Flatschach, alla staccata della seconda curva era possibile leggere per terra la scritta “Aramco, where energy is opportunity“. Ed anche in altre parti della pista i cartelloni contenevano le insegne di questa società. La Aramco è l’azienda saudita che si occupa del petrolio, un colosso attualmente posseduto quasi per intero dallo Stato. Il fatto che Aramco abbia iniziato a farsi pubblicità negli eventi sportivi mondiali, non è elemento di secondo piano. Fino ad oggi mai il regno saudita aveva esposto, a differenza di altri governi, la propria “punta di diamante” del settore petrolifero in contesti di questo genere.

E se in Austria è stato possibile leggere la scritta Aramco lungo le vie di fuga o nei tabelloni, in Ungheria invece sarà ben visibile in tutte le parti della pista di Budapest. Questo perché i sauditi saranno “main sponsor” del Gran Premio che si correrà il prossimo 19 luglio e che, per tal motivo, ufficialmente in calendario è denominato come “Aramco Hungarian Gran Prix“.

La strategia saudita

Lo sbarco della Aramco nel mondo della Formula Uno non è né un caso isolato e né un qualcosa di casuale. Rientra invece in un ben preciso schema promosso da Riad e, in particolar modo, dal principe ereditario Mohammed Bin Salman. Quest’ultimo vorrebbe fare della Aramco una sorta di “testa di ponte” per il suo piano denominato “Vision 2030“, ossia un pacchetto di riforme che abbracciano sia il mondo finanziario ma anche la cura dell’immagine di un regno su cui pesa una realtà tutt’altro che rosea sotto questo profilo. Dall’applicazione rigida della Sharia, alle condanne a morte fino alla persecuzione degli sciiti nel Qatif, passando anche per la guerra nello Yemen iniziata nel 2015 su impulso dei Saud, sono molte le tegole che pesano sull’immagine all’estero del Paese arabo. Inserire Riad nel circuito degli eventi sportivi internazionali va nell’ottica immaginata dal principe ereditario. Tutto è iniziato con il contratto stipulato con i nostri organi sportivi per la disputa a Gedda ed a Riad di almeno tre edizioni della Supercoppa Italiana a partire dal 2018. Poi nella capitale saudita è arrivata anche la Formula E, ossia la competizione automobilistica riservata alle vetture elettriche.

Gettare Aramco nella mischia degli sponsor di manifestazioni internazionali non è comunque soltanto una strategia volta al ritorno di immagine. L’azienda del petrolio saudita, secondo il governo di Riad, dovrebbe essere perno del programma Vision 2030 anche da un punto di vista economico. L’ambizione del principe ereditario era quella di piazzare almeno il 5% del valore complessivo di Aramco in borsa, non solo in patria ma anche in importanti listini internazionali. Questo perché, grazie al ricavato dell’operazione, si potrebbero finanziare progetti volti a diversificare l’economia ed a renderla meno dipendente dal petrolio. Anche in questo caso però le ambizioni si sono dovute scontrare con la realtà: dallo scorso dicembre Aramco è sì quotata in borsa, ma solo a Riad e solo per un 1.5% del suo valore. 

Il “soft power” delle petromonarchie

Nell’ottica del ritorno di immagine e della pubblicità, l’Arabia Saudita comunque sconta rispetto ai suoi vicini anni di ritardo. Diverse petromonarchie hanno iniziato a puntare sullo sport, sia in termini di sponsorizzazioni che di manifestazioni ospitate, già alla fine degli anni ’90. Molto attivo da questo punto di vista è stato sin da subito il Qatar. Nei primi anni 2000 diversi club di calcio europei hanno iniziato a disputare nel piccolo emirato sul Golfo diverse amichevoli, poi il governo di Doha ha investito nell’acquisto di giocatori famosi dai campionati più importanti da parte dei club locali, per passare quindi all’organizzazione di grandi eventi. Dal 2004 in Qatar si corre il Gran Premio di MotoGp, a cui hanno fatto seguito altre manifestazioni tra cui i giochi asiatici del 2006. Adesso si punta dritti al più importante degli eventi, ossia il mondiale di calcio del 2022. Attualmente sia la Qatar Airways che la Qatar Foundation sponsorizzano diversi club e compaiono come sponsor in molte manifestazioni internazionali.

Non è stato da meno in questi anni il Bahrein: qui dal 2004 si corre il Gran Premio di Formula Uno ed il Paese è stato il primo dell’area ad ospitare la categoria madre dell’automobilismo. Nel corso degli anni 2000 hanno fatto il loro ingresso anche Abu Dhabi e Dubai: le rispettive aziende del petrolio, così come i vari fondi di investimento e le compagnie aree che qui hanno sede, appaiono in molti eventi e sponsorizzano diversi club sportivi. Ed anche qui non mancano manifestazioni di richiamo internazionale: il prossimo anno ad esempio Dubai ospiterà l’Expo. I sauditi sono quindi gli ultimi tra le petromonarchie ad inaugurare questa strategia del soft power. Per Riad recuperare il terreno non sarà comunque affatto semplice.

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