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Il Recovery Fund ipotizzato dall’Unione Europea come strumento di risposta alla marea montante della crisi economicanon vedrà la luce prima del 2021, e dunque nell’attesa della sua materiale costituzione i Paesi speculano e immaginano come potrà essere la sua struttura.

Parlare del Recovery Fund, atteso come Godot dai Paesi del Sud Europa, Italia in testa, significa per molti esorcizzare i fantasmi del Meccanismo europeo di stabilità, destinato a entrare presto in vigore con la nuova linea di credito, prospettando la lunga durata temporale delle misure di risposta comunitarie fino all’anno prossimo e per altri, Paesi del Nord Europa in testa, segnalare come siano ancora i “falchi” ad avere le barre del timone sotto controllo.

Il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha più volte dichiarato di aspettarsi l’entrata in vigore del Recovery Fund entro fine anno. Un pensiero che sa molto di wishful thinking, se pensiamo che Roma non ha messo in campo, al contrario di Spagna e Francia, proposte concrete e reali per una sua strutturazione ma abbia cavalcato il Recovery Fund come espediente retorico dopo che si era chiusa la fessura degli eurobond.

Allo stato attuale delle cose, infatti, l’unica possibilità di vedere un fondo per la ripresa che sia coerente con i trattati europei è legata a una sua inclusione nel bilancio pluriennale dell’Unione Europea, che entrerà in vigore solo nel 2021. Qualsiasi opzione di Recovery Fund basato su un principio di garanzia comune sul debito o, addirittura, di mutualizzazione e non su prestiti legati alla contribuzione reale degli Stati implicherebbe una modifica dei trattati che, al di là di ogni retorica, i leader europei e la Commissione di Ursula von der Leyen si sono ben guardati da proporre.

“Ogni discorso su Eurobond, Coronabond, Recoverybond o qualunque altro sia il nome che si vuole dare a emissioni obbligazionarie comuni agli Stati dell’ area euro, lascia sullo sfondo, in una parola ignora, non si sa se intenzionalmente o meno, il problema della riforma del TfUe (Trattato sul funzionamento dell’ Ue). Il quale, con tutte le critiche che gli si possono rivolgere, è molto chiaro nel negare questa possibilità”, scrive Alessandro Mangia, docente di Diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano nel suo recente saggio “Mes, l’Europa e il Trattato impossibile”. Mangia è stato tra i primi accademici italiani a ricordare l’analoga problematica sul “Mes senza condizionalità”, eventualità in realtà non prevista dai leader europei viste le precise prescrizioni dei trattati comunitari.

Il rischio, dunque, è che si vada incontro sul Recovery Fund a uno scenario simile a quello subito dagli Eurobond di Giulio Tremonti e Jean-Claude Juncker tra il 2010 e il 2011: dapprima la Germania di Angela Merkel nicchiò, usando la carta della dilazione temporale della proposta, per evitare di sostenere i debiti pubblici del resto d’Europa, poi assieme alla Francia di Nicolas Sarkozy silurò la proposta forse più interessante dell’era della crisi dei debiti. Oggigiorno la Germania ha incassato l’assicurazione dell’attivazione del Mes a fianco di fondo Sure e Bei e ha giocato la carta della procrastinazione sul Recovery Fund, ben sapendo che al momento della discussione concreta sul tema i Paesi arriveranno divisi e in ordine sparso. La logica dell’assenza di solidarietà è scolpita nei trattati, nell’architettura barocca di un’Unione poco adatta per costituzione ad affrontare le crisi: e finché non ci accorgeremo che una loro modifica è necessaria, ogni proposta politica dovrà affrontare scogli pericolosi.

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