Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI

Mario Draghi ha avviato le sue consultazioni per la formazione del governo e, ora dopo ora, si va manifestando sempre di più la volontà dell’ex governatore della Bce di costituire un esecutivo capace di ottenere la più larga maggioranza possibile e di andare oltre le barriere del palazzo. Un esecutivo definito di “salvezza nazionale” aperto al confronto con i partiti che sappia affrontare di petto le emergenze sociali ed economiche che la pandemia e le insufficienti risposte del governo giallorosso lasciano dietro di sé.

Il governo Conte II è affondato sulla scia della partita di potere apertasi tra il premier e Matteo Renzi, ma il flop delle sue politiche economiche ne aveva da tempo condizionato il giudizio e ridimensionato le aspettative. Abbiamo dato conto delle prime tre sfide che Draghi, da presidente del Consiglio, dovrà affrontare: l’emergenza lavoro (la fine del blocco dei licenziamenti si avvicina), un’ondata di fallimenti nel mondo corporate di imprese “zombie” non protette dagli aiuti pubblici e il caos bancario sono altrettante spade di Damocle sul sistema-Paese che il governo del bonus monopattino non ha saputo affrontare a livello di sistema. Garantendo un exit solution a un mondo economico e ai settori occupazionali più in crisi.

Il sistema-Paese vede le streghe della recessione volteggiare sulla sua testa a causa del combinato disposto tra queste scadenze impellenti i cui danni sono difficili da quantificare. Che purtroppo rappresentano solo la superficie del Paese. Il problema principale dell’esecutivo a guida M5S-Pd non è stato tanto il fatto di essersi focalizzato, nella fase più dura dell’emergenza, su manovre volte a garantire sussidi e coperture all’azione delle imprese e dei lavoratori maggiormente spiazzati della pandemia, quanto piuttosto aver rifiutato ogni visione strategica per la costruzione di un progetto-Paese serio e coerente.

Gli esempi non mancano. Possiamo partire dal più recente dei flop, quello dei ristori alle attività economiche chiuse o danneggiate dall’emergenza pandemica in settori come la ristorazione e gli alberghi. Fipe-Confcommercio ha parlato di perdite di fatturato pari a circa 33 miliardi di euro su 86 complessivi per il 2020 e di un inizio 2021 che si preannuncia altrettanto duro, di fronte al quale i ristori giallorossi sono parsi come la goccia d’acqua che avrebbe dovuto soddisfare un assetato in assenza di un piano strategico per il turismo.

E questo è solo un caso tra tanti. Vogliamo poi parlare del sistema previdenziale? In via di chiusura la finestra triennale di Quota 100 sulle pensioni, che nonostante gli allarmi accorati rivolti dall’Ue al governo gialloverde non ha finito per creare sconquassi sui conti pubblici nazionali, il prossimo anno si preannuncia uno scalone per cui il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età, contro i 62 (con 38 anni di contributi) oggi vigenti; Quota 102 o Quota 41, le proposte più in voga di riforma, circolano come opzioni da tempo. Tuttavia, come nota Il Sole 24 Ore, “al di là delle promesse dell’attuale esecutivo dimissionario, il cantiere della nuova riforma è praticamente fermo da mesi”. E “con il trascorrere del tempo, comincia a circolare con sempre più insistenza l’ipotesi di una mini-proroga, almeno fino ai primi mesi del 2022”. Di fronte alla possibile catastrofe occupazionale in arrivo e al possibile impatto del Covid-19 in termini previdenziali (nuove pensioni di invalidità e pensionamenti precoci aggiuntivi per i colpiti dalla malattia), irrigidire ulteriormente il mercato del lavoro consentendo lo scatto dello scalone e impedendo l’accesso di centinaia di migliaia di giovani a nuove occupazioni rappresenterebbe una decisione miope. Che M5S e Pd non hanno affatto sanato.

Gravosa eredità sono anche i numerosi tavoli industriali e finanziari lasciati aperti dall’esecutivo dimissionario. Come risolvere in futuro la questione di Alitalia, perenne problema per la politica economica nazionale? Quale futuro per il Monte dei Paschi di Siena, che in due decenni ha accumulato oltre venti miliardi di euro di perdite? Che futuro dare all’impianto dell’Ilva in cui recentemente Invitalia ha deciso di affiancare Arcelor-Mittal? Zero risposte da parte dei giallorossi.

Tutto ciò si lega direttamente alla totale assenza di un disegno di politica industriale nel contesto del programma italiano per il Recovery Fund. Tagliati i fondi allle tecnologie abilitanti, è mancato completamente un discorso sulle priorità per i settori che dovranno ricevere la maggiore spinta dalla politica per la ripresa del Paese. Dall’impiantistica alla meccanica, passando per l’energia e la chimica farmaceutica, non c’è un disegno di massima per quegli ambiti che potrebbero rappresentare volani di ripresa del Paese. E anche sul fronte della tanto decantata transizione energetica, mancano priorità strutturali, come un serio discorso nazionale sull’idrogeno o la promozione di progetti come l’impianto di cattura del carbonio Eni di Ravenna.

Più che la caduta del Pil vicina alla doppia cifra, l’eredità del 2020 che maggiormente salta all’occhio, a spaventare è la mancanza di una prospettiva per la ripresa del Paese. Draghi si trova di fronte il deserto economico dell’era gialloverde, con una serie di danni autoinferti che hanno moltiplicato le conseguenze della pandemia. Un cambio di passo appare come necessario, e l’agenda di governo dovrà capire a che temi dare priorità. E trasmettere ai partiti la necessaria responsabilità per agire in modo da mettere in campo soluzioni efficaci.

.
Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY