Da “fabbrica del mondo” la Cina ha negli anni avanzato il suo status di potenza economica internazionale sino a raggiungere la seconda posizione nella classifica delle nazioni per Prodotto interno lordo, riuscendo al contempo a sopravanzare gli Stati Uniti in termini di Pil a parità di potere d’acquisto.

A quarant’anni dall’inizio della politica di riforma ed apertura di Deng Xiaoping che ha portato la Cina a inserirsi agevolmente nel contesto economico globale Pechino deve gestire numerose questioni per calibrare la sua ascesa nei prossimi decenni: come riorientare parte della produzione per soddisfare i desideri di consumo di un mercato interno da un miliardo e mezzo di persone? Come evitare le strettoie del credito e una bolla finanziaria? Come rimediare in maniera soddisfacente agli enormi costi ambientali dei quattro decenni di ascesa?

Il socialismo con caratteristiche cinesi

Il dirigismo statale applicato all’economia capitalista crea il “socialismo con caratteristiche cinesi”: un modello che negli ultimi decenni ha avuto la forza di saper orientare investimenti produttivi per decine di miliardi di dollari l’anno in infrastrutture colossali (dal ponte sul Delta del Fiume delle Perle al nuovo aeroporto di Pechino), grandi campi industriali (si pensi a Shenzen) e progetti di lungo corso. Sotto quest’ultimo punto di vista, la Cina riesce oggigiorno a fare scuola. La campagna mondiale per la costruzione del 5G ne è un esempio, e si inserisce alla perfezione nel piano geoeconomico e strategico della “Nuova Via della Seta”, la quale ha un’altra gamba interna nel progetto di rafforzamento del valore aggiunto dell’export manifatturiero denominato “Made in China 2025”.

Sul versante opposto, Pechino deve vigilare affinché il motore non vada fuori giri. E sanare numerose contraddizioni intrinseche nel sistema economico, tra cui spicca la diversa gestione delle risorse pubbliche delle amministrazioni locali, che dilapidano risorse per raggiungere i target di crescita prefissati, e del governo centrale, molto più cauto e razionale. Questo ha dilatato enormemente il debito degli enti locali e portato al fallimento numerose banche di importanza subnazionale, mentre sul Paese sembra pendere in continuazione la spada di Damocle di una bolla immobiliare.

Una superpotenza commerciale

La proiezione cinese si sostanzia principalmente attraverso il commercio. Oramai non solo più di beni a bassa intensità di lavoro: la Cina esporta prodotti di alta tecnologia con software nazionale, macchinari per l’industria, armi, materie prime strategiche come le terre rare. Nell’impossibilità di potere, per ora, sfidare in altri campi l’egemonia statunitense Pechino si conferma prima potenza esportatrice del pianeta. Il valore complessivo del commercio cinese ammonta al 37,81% del suo Pil, con un totale di esportazioni valutato oltre 2.260 miliardi di dollari e importazioni, principalmente di materie prime ed energia, per 1.843 miliardi, dati che garantiscono a Pechino un surplus commerciale di oltre 400 miliardi di dollari. Ogni anno, nel decennio, Pechino ha espanso mediamente il volume dei suoi commerci del 2,5% e mira a un’ulteriore spinta dopo che le vie della seta saranno diventate realtà.

Le nuove sfide dell’Impero di Mezzo

La crescita della Cina è stata riorientata dal governo di Xi Jinping verso un maggiore potenziale inclusivo. Come ha dichiarato a Osservatorio Globalizzazione l’analista Diego Angelo Bertozzi, tra i massimi esperti italiani della Repubblica popolare, “Xi ha fatto della lotta alla povertà e agli squilibri sociali una delle proprie bandiere, sull’onda di una politica di sviluppo che negli ultimi trent’anni ha tolto dalla povertà 500 milioni di cinesi e sull’allarme dato da un indice di disuguaglianza che nel primo decennio del secolo era pericolosamente cresciuto. L’impegno è, quindi, rivolto al miglioramento dell’ampio settore della sicurezza sociale (stato sociale o welfare state) tanto che si stima che circa cento milioni di cinesi abbiano una pensione sui 120 milioni di abitanti con oltre 65 anni”.

Tale risultato apre in filigrana alla grande sfida che la Cina dovrà affrontare nei prossimi decenni: costruire una nazione coesa e il più omogenea possibile sanando i grandi divari di crescita e opportunità tra le popolose regioni rivierasche e l’entroterra. L’aumento della connettività legato alla Nuova via della seta è pensato, tra le altre cose, per contribuire a questo risultato che permetterebbe all’Impero di Mezzo di raggiungere un livello di coesione interna mai raggiunta nella propria millenaria storia. Premessa per l’ascesa reale al ragno di potenza reale. Obiettivo che confligge con numerose faglie di natura geopolitica (Xinjiang, Tibet, Hong Kong) su cui premono gli avversari della Cina per far esplodere le contraddizioni del suo piano di sviluppo.