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Il prossimo cda di Telecom aprirà a un “contrattacco” francese sul gruppo di Via Negri dopo l’offensiva finanziaria Usa sulla rete? Tra le possibili conseguenze della questione inerente le vendite allo scoperto sulla telco nazionale ritorna la vecchia, annosa questione del duello franco-americano che plasma lo Stato profondo, le partecipate, le questioni economiche internazionali riguardanti il nostro Paese. La scalata americana del fondo Kkr alla rete core di Telecom consumatasi tra fine 2023 e inizio 2024 da un lato, la battaglia di Vivendi, primo azionista del gruppo di tlc, per difendere le posizioni e gli investimenti realizzati, dall’altro. A cavallo di tutto ciò, l’elemento imprevedibile del crollo in borsa della prima decade di marzo. Una complessa partita geoeconomica nel mezzo: quella per la primazia sull’Italia.

Il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, ha approvato ad agosto un’operazione che prevede il passaggio di proprietà della rete di Tim. Questa operazione ha formalizzato un’alleanza tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano e il gigante americano Kkr, che diventerà il principale azionista di NetCo. Quest’ultima è la società a cui Telecom trasferirà la sua rete primaria e secondaria, e potenzialmente i cavi sottomarini di Sparkle. Questa mossa è accompagnata dalla presenza di un attore nazionale che avrà un ruolo di sicurezza e deterrà una quota di NetCo.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, o alternativamente la Cassa Depositi e Prestiti, garantiranno l’applicazione del “golden power” sulla rete e avranno un ruolo decisionale nelle scelte strategiche. Questa decisione ha sia un impatto economico-industriale che geoeconomico.

L’obiettivo è rafforzare le relazioni transatlantiche tra Italia e Stati Uniti. In risposta alla Tim, guidata dai francesi con Vivendi come principale azionista, si prevede una struttura duale. Da un lato, la trattativa prevede che Telecom Italia rimarrà una società autonoma con il suo attuale azionariato, ma trasferirà la sua componente più preziosa a Kkr. Questo fondo di private equity americano gestisce oltre 400 miliardi di dollari di asset e partecipazioni in tutto il mondo, e ha vinto in cda di Tim una battaglia con Vivendi. In quest’ottica si inseriscono le strategie che possono emergere dopo che una serie di vendite allo scoperto ha contribuito a bruciare un quinto del valore di Telecom in Borsa nella prima decade di marzo. Una manovra che per il suo sdoganamento ha colpito in particolare l’ad Pietro Labriola e il resto del management che ha approvato la cessione della rete a Kkr.

“Il sospetto che inizia a farsi strada, anche in ambienti governativi, è che qualcuno stia quindi cercando di minare la credibilità dell’Ad, rendendo inviso al mercato il piano presentato da Labriola, così da rovesciare l’attuale assetto di vertice e bloccare il piano di cessione della rete fissa e di Sparkle”, nota Agenzia Nova. Sta di fatto che, “a parte Cdp, che controlla il 9,81 per cento del gruppo, il 44,20 per cento circa di Tim è nelle mani di azionisti istituzionali che, in recenti partite finanziarie simili, sono sempre schierati in massa in favore del Cda uscente”, oggi di fatto sfiduciato da Vivendi.

Non ci sono prove per dimostrare quanto riportato dall’agenzia sulla scia delle evoluzioni del capitale della telco nazionale, e del resto Vivendi non ha, dati finanziari dell’azionariato alla mano, avuto un ruolo nelle vendite allo scoperto di quote Telecom. Ciononostante, nel contesto di indebolimento della posizione del management fautore della cessione di NetCo a Kkr Vivendi potrebbe, a fine aprile, aprire un fronte nella gestione della prossima assemblea per cercare di promuovere un cda vicino al gruppo di Parigi. Cogliendo al balzo la palla della sostanziale riduzione di Telecom a compagnia di servizi. Del resto, che un’opzione di ridimensionamento del capitale di Tim potesse essere la molla capace di far scattare strategie funzionali ai gruppi francesi era emerso anche dal rincorrersi incontrollato di voci su un presunto interesse di Iliad alla telco italiana nei giorni in cui l’azione di Tim si avvicinava agli 0,2 euro ad azione.

C’è una partita sottobanco che si prepara: Kkr ha l’intenzione di ufficializzare il closing NetCo entro l’estate. Il cda di Tim, in quest’ottica, potrebbe essere uno spartiacque. Un management diverso di Tim potrà ribaltare l’esito dell’accordo siglato? Ad aprile, scrive Il Sole 24 Ore, “il voto di Vivendi, che detiene il 23,75% del capitale, potrebbe risultare determinante per la composizione del prossimo cda. Il primo azionista francese ha ribadito più volte che il piano preparato dall’ad Pietro Labriola, centrato sulla vendita della rete non gode del suo sostegno. Di conseguenza Vivendi potrebbe votare una lista differente da quella presentata dal cda uscente che candida Alberta Figari alla presidenza e Labriola come ad”. Se il management fosse ribaltato, la pista francese potrebbe segnare un punto verso gli americani riaprendo una partita che negli States ritengono già chiusa per consolidare il controllo di Kkr sulla strategica infrastruttura di rete italiana.

Un controllo a cui Meloni ha dato semaforo verde perché, come si spiegava su True-News, Meloni ha premiato Kkr “mostrando di preferire una rete in mano americana a un’equivalente situazione di controllo francese sulla società-guida dell’infrastruttura. E questo dice molto anche delle schermaglie tra Usa e Europa su temi come la sovranità digitale e tecnologica e gli approcci alle grandi potenze non occidentali”. In vista della partita nella partita, quella per i cavi sottomarini: “il tema dei cavi sottomarini ha agitato apertamente il discorso economico-strategico italiano come perno di nuovi equilibri e rotte geopolitiche. Controllare i cavi sottomarini significa blindare la protezione dei flussi dati più importanti e strategici. E per gli Usa è questione vitale di sicurezza nazionale che la dorsale mediterranea che punta all’Oceano Indiano, al Medio Oriente e all’Africa passando dallo snodo della Sicilia (Sicily Hub) possa essere gestito da attori amici“. Bene i francesi, partner euroatlantici, ancora meglio gli americani stessi, specie se la proiezione americana aiuterà a vincolare agli States anche la proiezione tecnologica e digitale dell’Europa di domani.

Tra finanza, industria e grandi strategie si plasma, attorno all’Italia, la grande rivalità franco-americana per la primazia nell’influenza nel sistema-Paese italiano. Alla presenza di “partiti” trasversali di politici, manager, imprenditori, funzionari e intellettuali vicini a Parigi e Washington si aggiunge una competizione strategica che a Roma da tempo è più viva che mai. Per la Francia un’Italia integrata nel sistema di influenza transalpino è la garanzia per un’autonomia strategica guidata da Parigi. Per Washington blindare l’asse con l’Italia significa mantenere un piede a terra nel Paese-chiave d’Europa. Non certamente eterodirette dalle rispettive leadership nazionali, grandi imprese finanziarie come Kkr e Vivendi ne capiscono e interiorizzano le logiche. E si muovono (anche) nella direzione che le rotte dei rispettivi interessi nazionali dettano. L’Italia è strategicamente rilevante oggi più che mai. E Telecom è una delle “madri di tutte le partite”: finanza, infrastrutture, tecnologia e innovazione si coniugano nella corsa alla telco nazionale. Impossibile per gli attori legati a Parigi e Washington rinunciare a giocare questa partita.

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