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Dario Scannapieco ha prerogative paragonabili, se non addirittura di fatto superiori, a quelle di un vero e proprio ministro deputato a materie economiche. Il nuovo amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti scelto dal governo di Mario Draghi in luogo di Fabrizio Palermo si troverà a dover maneggiare un apparato complesso e strategico per il sistema-Paese. La “cassaforte” del risparmio postale acquisisce un ruolo che sotto diversi punti di vista, mutatis mutandis, richiama quello dell’Iri della Prima Repubblica, rappresentando il polmone della presenza statale nell’economia, il volano della connessione tra i territori, il sistema finanziario locale e le imprese, il principale promotore di innovazione e know-how. Con un patrimonio disponibile che sfiora quota 250 miliardi di euro, a cui si aggiungerà presto Patrimonio Destinato, con partecipazioni rilevanti (da Eni a Snam) e con una profondità operativa considerevole, Cdp è una leva fondamentale per il Paese.

Logico – in questa circostanza – che la priorità di Scannapieco sia quella di sistematizzare le grandi energie del gruppo Cdp e la forza di un’istituzione profondamente innervata nel tessuto economico nazionale, solida sotto il profilo dei conti mettendola completamente al servizio del progetto di ricostruzione nazionale di cui sarà un perno fondamentale. Come? In primo luogo mettendo ordine laddove è necessario chiarire il posizionamento della banca pubblica di Via Goito.

“Braccio” operativo e non supplente dello Stato, la Cassa deve scegliere con attenzione i settori di intervento e razionalizzare partecipazioni e attività laddove si rischiano di creare vicoli ciechi. Se ad esempio da un lato le partecipazioni nelle major energetiche non si discutono, dall’altro Cdp dovrà necessariamente chiarire il nodo rete unica, su cui Palermo non era riuscito a dare una risposta definitiva alla problematica della questione che vedeva implicate due partecipate del gruppo, Telecom e Open Fiber. Scannapieco, in tal senso, rifiuterà sia il dogma di uno statalismo di maniera sia quello di un ritiro delle prerogative pubbliche, nella consapevolezza che proprio perché il capitale pubblico è in gioco esso vada utilizzato quando può produrre valore aggiunto e risultati pratici. Draghiano di lungo corso, Scannapieco è d’accordo col premier quando continua a ripetere che è fondamentale definire con attenzione i perimetri di operatività dello Stato. E forzare sulla rete unica in una fase in cui gli investimenti pubblici possono essere piuttosto rivolti a dossier di peso come la digitalizzazione nel Recovery Fund rischia di creare doppioni e una dispersione di risorse da Cdp, tanto che il ministro della Transizione Digitale Vittorio Colao ha a sua volta espresso dubbi sulla necessità di una rete unica a guida pubblica: “Lasciamo che piccoli e grandi operatori trovino il loro equilibrio, se poi i giocatori non vogliono giocare allora lo Stato dovrà intervenire ma noi dobbiamo garantire l’interesse dei cittadini non di specifiche imprese”, ha detto Colao al Festival dell’Economia di Trento.

Una svolta più vicina al modello Iri si avrà invece col ritorno dello Stato, via Cdp, al controllo delle autostrade. La logica, in questo senso, è diretta alla gestione di uno snodo cruciale della filiera: e così il ritorno in  mano pubblica di Autostrade per l’Italia si accompagnerà a una scelta, sul fronte opposto, riguardante la possibile smobilitazione di Cdp dal capitale di WeBuild, partecipata per poco meno di un quinto del capitale da Cdp Equity.

Essa sarà una delle punte di lancia della Cdp post-Palermo, come nota Tag43: la nuova direzione intende “mettere il naso dentro a holding di partecipazioni nata per investire capitale di rischio in aziende di “rilevante interesse nazionale”, dettame che, si teme, non sia stato seguito propriamente alla lettera” e che ora si intende rilanciare anche nell’ottica degli obiettivi di Patrimonio Destinato. Scannapieco completerà sul fronte interno la rivoluzione di Draghi? Se l’attuale premier ha fatto tabula rasa del partito di Giuseppe Conte nello Stato, il neo-ad probabilmente sostituirà in Cdp Equity i fedelissimi di Palermo, come il vice direttore generale Vito Luca Lo Piccolo, ex Deutsche Bank, Citi e Merrill Lynch, e l’ad Pierpaolo Di Stefano, “banker con esperienze in molte banche d’affari internazionali voluto da Palermo, dotato di know-how finanziario ma privo di esperienza e conoscenze industriali”.

Tali scelte dovrebbero interrogare sulla necessità di vincolare agli ad determinate posizioni di management in partecipate di peso come Cdp. Il cui corso ordinario non può restare condizionato dalla presenza di cordate interne rivali tra loro o da filosofie aziendali in collisione tra loro. Scannapieco vuole ottimizzare il rendimento di una macchina già ben funzionante e che Draghi tiene in grande considerazione per costruire un nuovo consenso nella classe dirigente del Paese in vista della ricostruzione nazionale. Nell’ottica che nel dualismo tra chi chiede “più Stato” e chi invoca “meno Stato” nell’economia la verità stia nel mezzo: serve la dose giusta di Stato, quella che sa agire strategicamente. E la Cdp targata Scannapieco vuole diventare punto di riferimento per questa visione.