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A noi l’onere di preparare nel migliore dei modi l’Italia di domani”. Mario Draghi alza l’asticella sul Recovery Fund. E lascia presupporre che non sarà solamente il Piano nazionale di ripresa e resilienza a giocare un ruolo nella ripresa del Paese travolto dalla pandemia di Covid-19, ma che sarà l’intero sistema Italia a dover rispondere con forza e tenacia a una crisi senza precedenti nella storia repubblicana. Fonte di devastazione sanitaria e di una vera e propria batosta all’economia, al lavoro e alla sicurezza sociale.

Il Recovery Fund targato Draghi è arrivato alle Camere assieme all’ambizione del presidente del Consiglio di farne il perno di un progetto nazionale per la rinascita dell’Italia. Obiettivo primario, assieme ai vaccini, con cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha investito l’ex governatore della Bce dopo il naufragio del governo Conte II tra gennaio e febbraio. Draghi scommette sul Paese puntando a far sì che il Pnrr sia il viatico della crescita economica e di una rinascita nazionale: nel discorso alla Camera si riflette l’ambizione espressa già un anno fa nel Financial Times prima e al Meeting di Rimini poi circa la necessità per gli operatori pubblici di cambiare paradigma. Riscoprendo la lezione di Lord Keynes sulla spesa pubblica come viatico per innovazione, crescita, rilancio economico e sociale in fasi di crisi. Nella consapevolezza che i numeri del disastro economico si fanno, mese dopo mese, sempre più allarmanti e forse, in quanto a dotazione, il Pnrr in sé non è più sufficiente.

“Sbaglieremmo tutti a pensare che il Pnrr pur nella sua storica importanza sia solo un insieme di progetti, di numeri, scadenze, obiettivi. Nell’insieme dei programmi c’è anche e soprattutto il destino del Paese”. Draghi segnala l’azione governativa come focalizzata su un triplice orizzonte temporale. L’orizzonte temporale ravvicinato è quello più immediato e comprensibile: il Pnrr è pensato per riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica.

L’orizzonte temporale di medio termine include il ruolo delle riforme che saranno pensate per dare sfogo agli investimenti pubblici, garantire tempi certi ai programmi, accelerare lo sviluppo e risolvere gli annosi problemi del sistema-Paese: divari territoriali, disuguaglianze di genere, bassa crescita della produttività, basso investimento in capitale umano. Per questo possiamo parlare del Recovery Fund come di una sfida di sistema di cui l’aggancio ai programmi europei rappresenta una parte, non il tutto. Da rilanciare è la capacità sistemica dell’amministrazione pubblica, la fibra dello Stato.

L’orizzonte temporale di lungo periodo è focalizzato sulla transizione ecologica e la sostenibilità. Dalle infrastrutture all’agricoltura, dalle politiche energetiche al digitale la transizione domina il canovaccio del Pnrr nella consapevolezza che efficienza energetica e sostenibilità saranno i driver su cui si focalizzeranno l’industria e i servizi del futuro. Segno della volontà di non limitare ai fondi europei, che imporranno una scommessa di lungo periodo, l’impegno nazionale è la scelta di includere negli investimenti una quota maggiore dei 191,5 miliardi stanziati dal Meccanismo europeo di ripresa e resilienza.

Le risorse del Piano sono pari 222,1 miliardi di euro complessivi, frutto del Pnrr propriamente detto e del Fondo complementare: “questi due piani”, nota Draghi, “sono stati disegnati in modo integrato con medesimi strumenti attuativi. Inoltre entro il 2032 sono stati stanziati 36 miliardi ulteriori per opere specifiche: linea ferroviaria Tav Salerno-Reggio Calabria, linea Tav Milano-Venezia”. Sono in tutto 248 miliardi di euro quelli messi in programma, con anche 13 miliardi in arrivo dal piano React Eu: in questo contesto, transizione e digitale avranno le aliquote di spesa maggiori. I progetti verdi hanno il 40% del totale della somma tra Pnrr e fondo complementare (68,6 miliardi), il piano digitale il 27% (49,2 miliardi). Alle infrastrutture per la mobilità sostenibile andranno 31,4 miliardi, all’Istruzione 31,9, a Inclusione e Salute, rispettivamente, 22,4 e 18,5 miliardi.

L’obiettivo è creare una crescita corposa e sostenuta. Nel 2026 al termine del Pnrr si prevede un effetto del +3,6% di crescita rispetto a uno scenario di riferimento senza il piano, mentre l’occupazione è data al +3,1% rispetto alle stime sul triennio 2024-2026. Questo senza contare gli effetti delle riforme sul potenziamento della pubblica amministrazione, dell’effetto-leva sull’occupazione giovanile.

Il piano mostra la filigrana su cui si muove la dottrina economica dell’ex governatore della Bce divenuto premier: Draghi si è fatto da oltre un anno fautore rilancio dell’intervento pubblico degli Stati a sostegno delle economie, della produzione industriale, dei redditi e ha puntato alla programmazione di medio-lungo periodo come volano per rispondere alle problematiche fatte emergere dalla crisi pandemica sia nella superficie che nella struttura del sistema-Paese. L’Italia non può fallire la sfida del Pnrr e per questo il premier fissa obiettivi ambiziosi, tocca le corde più profonde della retorica politica e istituzionale: con la presentazione definitiva del Pnrr finisce l’epoca della risposta puramente emergenziale alla crisi pandemica, che il Conte-bis aveva governato in maniera altalenante, e inizia la progettazione di un futuro in cui si dovrà parlare in maniera nuova di sviluppo, lavoro, inclusione. Evitando, ammonisce Draghi, che pochi oligopoli traggano profitto delle risorse che il Paese stanzierà per programmare la ripresa. La ripresa dovrà esser tale per tutti. C’è un Paese da ricucire, il Pnrr potrà fare la sua parte ma ogni sforzo sarà vano se l’Italia non farà tesoro delle migliori risorse della sua economia, dalla rete di Pmi ai distretti industriali passando per il patrimonio finanziario privato e pubblico (con la fondamentale spina dorsale di Cassa Depositi e Prestiti).

La capacità dello Stato di promuovere attivamente sviluppo tecnologico, crescita infrastrutturale e occupazione stabile può e deve dare sostanza ad appelli che rischiano di trasformarsi, senza programmazione organica, in una serie di flatus vocis. Compreso quello fortemente indicativo di Draghi alla Camera. Che ci ricorda, ora più che mai, quanto l’economia sia tutt’altro che una scienza tecnica, ma sempre e comunque figlia della politica. Gli obiettivi materiali di crescita e la svolta keynesiana dovranno associarsi a una sostanziale spinta verso la fiducia del Paese nelle sue potenzialità. “Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani”, diceva Enrico Mattei nel 1961 parlando davanti a una platea costituita dagli alunni della scuola dell’Eni e, idealmente, all’Italia intera. “Ma per fare questo è necessario studiare, imparare, conoscere i problemi”. Con umiltà, pragmatismo e visione d’insieme. Questa lezione, a sessant’anni di distanza, dev’esser la Stella Polare del sistema-Paese per la politica, l’imprenditoria, le autorità. Anche quando si parlerà di implementare il Recovery Fund.

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