La Germania ha la Banca centrale europea, basata a Francoforte; la Francia una delle sedi del Parlamento europeo, con sede a Strasburgo. Bruxelles, in Belgio, ospita le sedi della Commissione e buona parte dei palazzi del potere comunitari; il Lussemburgo è invece centro della Banca europea degli investimenti e della Corte di giustizia europea, mentre l’Olanda con Amsterdam ha soffiato a Milano e all’Italia la sede dell’Agenzia medica europea dopo l’addio del Regno Unito. Dei sei membri fondatori dell’Unione, insomma, solo l’Italia non ospita un’agenzia comunitaria di primaria importanza. E se da un lato qualche piccolo passo in avanti è stato fatto con la candidatura di Milano per ospitare una delle filiali del Tribunale europeo dei brevetti, dall’altro neanche il completamento della patent union potrà dare al nostro Paese una situazione di equilibrio con gli altri membri fondatori dell’Unione.

In questo contesto la discussione sulla proposta comunitaria di istituire un’autorità anti-riciclaggio offre al nostro Paese interessanti spunti per candidarsi a ospitare la sede del nuovo ente.

In primo luogo l’Italia è una nazione all’avanguardia nel contrasto ai traffici illeciti di denaro e al riciclaggio, non fosse altro che per la consolidata esperienza di investigazione e analisi del principale centro operativo in grado di smistare nel contesto internazionale il denaro sporco, la criminalità organizzata di stampo mafioso. Follow the money: Giovanni Falcone, Rocco Chinnici, Paolo Borsellino e tutti gli altri investigatori e giudici che, anche in assenza di certezze del diritto, hanno costruito le basi della guerra a Cosa Nostra hanno portato in emersione tecniche e pratiche ben precise per il contrasto al riciclaggio.

“Seguire i soldi, provare cioè a ricostruire la trama dei legami tra le famiglie mafiose documentando i pagamenti, gli scambi di denaro, gli investimenti” in modo tale da “definire così la mappa degli interessi criminali comuni”: così il sito della Fondazione Pirelli commenta la via italiana alla lotta al riciclaggio, nata dalla guerra alla mafia avviata negli ultimi anni della Prima Repubblica. “Era stata l’intuizione di Gaetano Costa, Procuratore della Repubblica di Palermo, nelle indagini del 1979 sui clan Spatola, Inzerillo e Gambino, costruttori di appalti truccati e trafficanti di droga tra Palermo e New York, amici e protettori di Michele Sindona, il banchiere della mafia”. Da Sindona al caso Calvi, passando per lo scandalo dello Ior e dell’arcivescovo Marcinkus, le autorità italiane sono sempre dovute restare sul chi vive per contrastare i legami sotterranei tra apparati deviati delle istituzioni, banche fraudolente e criminalità che hanno fatto a loro volta emersione in alcune delle pagine più oscure della storia della Repubblica.

Questo ha portato anche Roma a confrontarsi in termini di prassi e di analisi con sistemi finanziari posti alle periferie e ai confini del Paese e che presentano per la loro natura extraterritoriale profili di criticità, portando alla necessità di un coordinamento tale da prevenire che nelle gore del riciclaggio si infilino i proventi di attività illecite. Il Vaticano, negli ultimi anni, ha profondamente migliorato la sua capacità di controllo finanziaria; con la Svizzera l’interlocuzione è profonda; San Marino si è più volte aperto ai controlli di trasparenza di Moneyval.

Inoltre, questa capacità di analisi ha permesso alle autorità italiane di capire in anticipo quanto le mafie stessero adattandosi alla globalizzazione e ai suoi meccanismi politico-economici. In un certo senso, l’autorità europea anti-riciclaggio dovrebbe seguire la lezione italiana, ben ricordata da Linkiesta: comprendere, cioè, che “dette operazioni di riciclaggio potrebbero essere fatte sempre più da entità completamente fuori dal sistema bancario e finanziario” o afferenti al sistema finanziario ombra. Questo darebbe sponda alla necessità di creare l’agenzia strutturandola come una sorta di “Interpol europea, un’agenzia indipendente con un mandato specifico e con adeguati poteri per operare sull’intero territorio europeo e contrastare la crescente espansione del riciclaggio”.

L’opportunità per rendere l’Italia centro della lotta europea al riciclaggio converrebbe anche nell’ottica di orientarne le prassi al contrasto della collusione di interessi che si crea nei principali paradisi fiscali del Vecchio Continente che, unendo una tassazione favorevole a un lassismo sui controlli, depredano il nostro erario. Per questo l’opportunità appare sempre più propizia a diversi settori del mondo politico e finanziario.

Il presidente dell’associazione di categoria delle banche italiane (Abi), Antonio Patuelli e il Direttore Generale Giovanni Sabatini hanno a tal proposito scritto una lettera al Presidente del Consiglio Mario Draghi, nonché al ministro dell’Economia Daniele Franco e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per chiedere che il governo italiano assuma l’iniziativa presso l’Unione europea per la costituzione dell’agenzia anti-riciclaggio evidenziando anche l’impegno forte per la legalità, innanzitutto nell’antiriciclaggio, che le banche italiane da tempo sviluppano, anche in avanguardia nel contesto europeo. Anche Fratelli d’Italia, forza schierata all’opposizione, è pronta a sostenere Draghi in questa iniziativa: “È il momento che anche la nostra Nazione ospiti sul proprio territorio un’istituzione finanziaria importante e centrale, come sarà quella alla quale la Commissione europea sta lavorando”, hanno affermato in una nota il co-presidente del gruppo ECR al Parlamento Europeo e membro della Commissione Affari Economici, Raffaele Fitto, e il capodelegazione di Fratelli d’Italia-ECR, Carlo Fidanza. Fitto e Fidanza ritengono “doveroso” il fatto che l’Italia, terza economia del continente, “chieda di ospitare la nuova Autorità antiriciclaggio, potendo peraltro vantare sistemi di contrasto a questo crimine all’avanguardia a livello europeo”.

Palla al governo di Mario Draghi. Che si trova nella condizione ideale per negoziare al rialzo. Essendo artefice di un ritorno di Roma alla centralità nell’agone europeo, Draghi ha numerose frecce al suo arco. La vicinanza agli Stati Uniti rappresenta un ulteriore asset in questa negoziazione, per non parlare del fatto che il premier è l’unico capo del governo in Europa e nel mondo ad aver ricoperto la direzione di una prestigiosa banca centrale in passato. Fattispecie che lo rende ben conscio dei problemi legati al riciclaggio e all’erosione indiretta che esso impone al sistema finanziario del Vecchio Continente. Fare di un’eccellenza italiana una componente delle future rotte del potere europeo sarebbe una vittoria non da poco in chiave del nostro interesse nazionale.

 

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