Mentre in Italia tiene banco la questione dell’Ilva, il gruppo siderurgico tarantino su cui si sta per chiudere la procedura di raccolta delle offerte per l’acquisto, sull’Europa dell’acciaio pende la spada di Damocle dei dazi statunitensi. Dopo che nei giorni scorsi il presidente Donald Trump ha annunciato che avrebbe imposto tariffe del 25% sull’acciaio e l’alluminio in entrata negli States, l’Unione Europea è andata incontro a una serie crescente di riflessioni circa l’opportunità di programmare risposte precise.
La partita calda dell’acciaio
La sfida dei dazi arriva al crocevia tra più problematiche. Da un lato, c’è l’inverno sempre più lungo dell’industria del Vecchio Continente, frenata dalla gelata della Germania che si riverbera a cascata su tutta Europa (Italia compresa). Dall’altro, il fatto che Bruxelles ha introdotto una regolamentazione, il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) che dal 2026 imporrà agli importatori che comprano beni ad alto impatto ambientale (come l’acciaio) fuori dal blocco in Paesi con standard ambientali inferiori a quelli dell’Ue di pagare una compensazione per le “emissioni extra” che aver prodotto fuori dall’Europa la risorsa ha fatto generare. Dei “dazi verdi” (anche se tecnicamente non stiamo parlando di una tariffa) che vanno in contraddizione rispetto agli obiettivi e le logiche dell’amministrazione Trump.
In mezzo, la possibilità che una produzione siderurgica che ha raggiunto i minimi storici nel 2023 possa veder impattate esportazioni per 3,7 milioni di tonnellate nel mercato americano. La vera problematica non appare tanto orientata alla pur sensibile perdita di quote nell’export verso l’industria a stelle e strisce: la sfida, per l’Ue, è data dalla possibilità che l’acciaio respinto dai dazi negli States prenda la via dell’Europa. Suscitando dunque nuove tensioni e rilanciando una competizione commerciale a tutto campo.
La guerra dei prezzi che può colpire l’acciaio Ue
“Nel 2024, gli Usa hanno importato circa 23 milioni di tonnellate di prodotti siderurgici da Paesi terzi diversi dall’Ue”, nota un comunicato di Eurofer, l’associazione comunitaria dei produttori di acciaio, secondo cui “è probabile che questi volumi vengano ora massicciamente dirottati verso il mercato europeo”. Cosa succederà? Potenzialmente, si rischia una corsa al ribasso che può danneggiare la produzione: “Già oggi la sovracapacità globale di acciaio viene scaricata massicciamente sul vulnerabile mercato siderurgico dell’Ue a prezzi molto bassi, principalmente dall’Asia, dal Nord Africa e dal Medio Oriente“, ragiona Eurofer, che lamenta la perdita di 18mila posti di lavoro e 9 milioni di tonnellate di capacità produttiva in Europa nel 2024 e il fatto che la guerra dei prezzi “sta portando all’incapacità di investire nella transizione verde e, in ultima analisi, alla deindustrializzazione dell’Europa”.
Insomma, un combinato disposto tra alti prezzi di produzione interni per calo della capacità a disposizione, crisi energetica e scarsi sbocchi della domanda, concorrenza sui prezzi dell’acciaio straniero e vulnerabilità politica dovuta all’imposizione del Cbam che rende l’Ue vulnerabile sul fronte daziario può creare un vero e proprio terremoto siderurgico. In quest’ottica, Trump alza le barriere e prova a fermare il tempo per coccolare aziende decotte come Us Steel, sperando che le tariffe le aiutino a tornare a produrre l’acciaio che serve all’industria americana dopo la fine dei rischi di scalata straniera (Nippon Steel). Scaricare una guerra dei prezzi sull’Europa aiuterà in ogni caso Washington a competere maggiormente nella partita commerciale, a meno che Bruxelles trovi la forza per una decisa reazione sui prodotti finiti statunitensi. Ma ad oggi una risposta decisa sembra tardare ad arrivare.