La Serbia ha firmato un accordo di libero scambio con l’Unione economica euroasiatica (Uee), l’organizzazione politico-economica guidata dalla Russia e di cui fanno parte anche Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. Un accordo importante che, secondo il ministero del Commercio di Blegrado, consentirà al 95.5 per cento dei beni serbi di essere esportati verso l’Uee senza dazi doganali. Un dato che sommato al fatto che il valore degli scambi commerciali tra le due parti ha raggiunto, nel 2018, i 3.4 miliardi di dollari, preoccupa l‘Unione europea che ha riaffermato, per bocca del Commissario Maja Kocijancic, come il 63% del commercio internazionale di Belgrado avvenga con Bruxelles.

Rapporti cordiali

La Serbia è probabilmente l‘ultimo baluardo di Mosca nella regione balcanica e nell’intera Europa orientale. Gli eccellenti rapporti bilaterali, favoriti dai comuni legami culturali e linguistici, si sono ulteriormente rinsaldati in seguito alle vicende del Kosovo, nel 1998-1999. La Federazione russa ha sempre appoggiato la posizione di Belgrado, che non riconosce l’indipendenza di Pristina e sfrutta il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza per evitare che questo Stato possa aderire alle Nazioni Unite. La costante espansione di Nato ed Unione Europea verso Est, iniziata nel 2004 ed ancora non del tutto terminata, ha sottratto, all’influenza di Mosca, l’Europa Centrale, gli Stati Baltici, Romania, Bulgaria e buona parte della regione balcanica. Le svolte filo occidentali in Georgia, Moldova e Ucraina hanno ulteriormente intaccato il dominio strategico russo nello spazio post-sovietico ed hanno costretto il Cremlino a giocare sulla difensiva ed a cercare di preservare quei pochi capisaldi a disposizione.

Aleksandar Vucic, attualmente presidente della Serbia ed in passato già primo ministro, non ha intenzione di focalizzare le priorità politiche di Belgrado solamente verso Est ma intende perseguire anche l’obiettivo strategico di adesione all’Unione europea. Un tentativo non facile, su un filo che rischia di spezzarsi da un momento all’altro: l’aumentare delle divergenze tra Mosca e l’Occidente, infatti, pone ostacoli alla possibilità di mantenere rapporti cordiali con entrambe le parti. Sul piano della politica interna, invece, Vucic mantiene uno stretto controllo della situazione. Il suo Partito Progressista Serbo, di tendenze politiche conservatrici, è al potere ormai dal 2012 ed ha raggiunto la prima posizione in tre elezioni consecutive. Il movimento si è scisso dal Partito Radicale Serbo, di estrema destra, nel 2008.

Le prospettive

Belgrado ha molto da guadagnare dall’attuale situazione geopolitica: può permettersi, infatti, di intrattenere buoni rapporti tanto con Bruxelles quanto con Mosca e di godere del corteggiamento di entrambe le parti, desiderose di non perdere un alleato chiave nella regione balcanica. Uno degli obiettivi dell’Unione europea, in teoria, dovrebbe essere quello di inglobare la Serbia e gli altri Stati dell’area nell’organizzazione, a meno che l’opposizione già manifestata da Emmanuel Macron nei casi di Albania e Macedonia non diventi permanente. Mosca, invece, ha un disperato bisogno di proiettare la propria influenza strategica verso i Balcani e tramite l’approdo serbo di poter migliorare i rapporti con gli altri partner regionali. Questo stato di cose dovrà, però, necessariamente terminare. L’adesione della Serbia all’Unione euroasiatica sembra piuttosto improbabile, anche a causa dell’isolamento territoriale di Belgrado dagli altri Stati membri. L’ingresso nell’Unione Europea, invece, pare un obiettivo più facilmente realizzabile e quando questa eventualità diventerà realtà le porte di Mosca si dovranno necessariamente socchiudere. Socchiudere e non chiudere perché una membership serba a Bruxelles potrebbe, in un certo senso, portare dei benefici anche alla Russia: il Cremlino potrebbe infatti contare su un prezioso alleato ai tavoli europei e provare ad influenzare, sebbene marginalmente, le dinamiche politiche dell’organizzazione.

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