L’Ilva, per ora, non chiuderà. Lo ha stabilito il 23 giugno il Consiglio di Stato ribaltando la sentenza con cui il comune di Taranto aveva avuto la meglio su ArcelorMittal nel 2020 davanti al Tar di Lecce nella procedura che imponeva la chiusura degli altoforni del polo siderurgico pugliese.

Il Consiglio di Stato ha ribaltato la tesi che vedrebbe uno “stato di grave pericolo” per i cittadini di Taranto a causa del proseguimento dell’attività degli altoforni, che il Tar aveva ritenuto legato al “sempre più frequente ripetersi di emissioni nocive ricollegabili direttamente all’attività del siderurgico, deve ritenersi permanente ed immanente”. Come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte su queste colonne, la questione è complessa dato che la “pistola fumante” ufficiale manca e, anzi, anche i dati sull’effettivo inquinamento delle città italiane segnalano che i quattro centri con la peggiore qualità dell’aria (tra i 10 più inquinati in Europa) sono centri del Nord: Brescia, Cremona, Pavia, Vicenza. Le prime due caratterizzate da un’intensa attività legata all’industria siderurgica su scala però minore rispetto a Taranto.

Dopo l’impatto mediatico e politico del processo ai Riva, ex titolari del polo, e dopo l’avvio ufficiale della macchina del Recovery Fund la questione dell’acciaio ha assunto crescente valenza strategica e, anzi, la sentenza del Consiglio di Stato ha rimosso il primo dei due ostacoli che frenano qualsiasi progetto di rilancio dell’acciaieria tarantina. Ora resta il punto dirimente della minacciata confisca dell’impianto da parte del Tribunale. Risulta difficile immaginare a un futuro per Taranto se la spada di Damocle della confisca degli impianti pende su qualsiasi operatore pubblico o privato destinato a interessarsi alla città pugliese. A meno che il governo non giochi d’anticipo proponendo una strategia credibile per l’ex Ilva nel quadro di una strutturata visione di politica industriale.

Risulta dunque essenziale dare attuazione al piano di recupero dell’acciaio pugliese imperniato sul consorzio tra Invitalia e ArcelorMittal nel quadro del polo Acciaierie d’Italia.  Per salvare l’Ilva il progetto del governo Draghi si basa su una collaborazione pubblico-privato volta a creare un nuovo campione nazionale presieduto da un ex boiardo di Stato d’eccellenza, Franco Bernabè. Per Bernabè, ex ad di Eni e Telecom, si profilerebbe un ruolo da traghettatore, come fa notare Il Sole 24 Ore: “Assicurare un futuro all’industria dell’acciaio e renderla ecosostenibile. Quando si creeranno le condizioni per l’ascesa dello Stato al 60% dell’Ilva – tramite una nuova ricapitalizzazione (che in teoria era prevista tra poco più di un anno) – si rimescoleranno ancora le carte”. A quel punto “l’azionista pubblico avrà il diritto di nominare l’amministratore delegato, mentre ai privati spetterà di indicare il presidente” in una fase che vedrà accelerare le politiche del Recovery Fund e soprattutto le strategie di transizione ecologica promosse da Roberto Cingolani.

Per l’Ilva si aprirà dunque lo spazio a nuovi investimenti, nuove prospettive di sviluppo, nuove mete operative fondate sui pilastri del Recovery: transizione ambientale, riduzione degli sprechi, digitalizzazione. L’acciaio “verde” può, in questo senso, salvare Taranto e la grazia del Consiglio di Stato appare un utile volano. Per permettere di far rinascere l’Ilva, e non di celebrarne il funerale, che sarebbe un colpo durissimo per un’intera città e una mancanza di rispetto per migliaia di lavoratori a lungo stretti tra l’incertezza del proprio posto di occupazione e i legittimi timori per la propria salute.

La sfida del rilancio della politica industriale è fondamentale per il futuro del Paese. Il vecchio motto di Oscar Sinigaglia, padre della Finsider, secondo cui “senza acciaio non c’è industria” vale oggi più che mai. Stato, aziende e enti locali dovranno lavorare in comunicazione: “Oggi a Taranto si registrano una incomunicabilità quasi assoluta fra azienda e istituzioni locali” – scrive su Start il professor Federico Pirro – e rapporti difficili con molte aziende dell’indotto, peraltro bisognose di profonde ristrutturazioni che andrebbero comunque guidate. L’Ilva può e deve essere messa al centro di un progetto industriale avente l’efficienza energetica, la sostenibilità e la sicurezza degli approvvigionamenti d’acciaio al tessuto manifatturiero come driver. Un’ulteriore suggestione potrebbe essere quella di trasformare l’Ilva nella piattaforma italiana (e del sud Europa) di economia circolare per alcuni ambiti oggi non affrontati che richiedono interventi di scala: dal riciclo dei rottami ferrosi agli scarti industriali, fotovoltaici, dei trasporti, dei pneumatici, dei fanghi agricoli e delle vetroresine le prospettive di un’economia del riuso possono riguardare in profondità anche l’acciaieria tarantina. Il Consiglio di Stato ha offerto una finestra di opportunità tale da consentire un ragionamento d’ordine strategico, di cui il governo Draghi appare certamente all’altezza. Per l’Italia sarà vitale riportare in gioco la sua acciaieria più importante negli anni a venire.

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