Nella giornata del 3 settembre, dopo diversi mesi di corsa sfrenata, Wall Street si è schiantata con una forza che non si vedeva dai primi giorni di diffusione globale della pandemia di coronavirus: l’S&P500 ha lasciato sul terreno il 3,5% in una singola seduta, il Dow-Jones il 2,2%, il Nasdaq, motore della ripresa borsistica statunitense trainata dai giganti del big tech, ha perso circa il 5%. In particolare, per quest’ultimo indice la caduta è durata fino alla seduta dell’8 settembre, azzerando i continui record di punteggio nel listino raggiunti nell’ultimo mese e imponendo una brusca correzione a titoli come Tesla e Apple, tra i grandi vincitori della ripresa borsistica dell’era pandemica. Il colosso di Elon Musk, dopo un decollo sensazionale, ha bruciato rapidamente il 25% del suo valore.

Dietro questo tonfo, il Financial Times ha sottolineato che si nota la mano di un singolo attore, che ha contribuito nei mesi scorsi a gonfiare il valore delle azioni e, con una mossa avventata, ha spinto in avanti la brusca correzione di inizio mese. Questo attore è identificato nel braccio finanziario di SoftBank, il grande conglomerato giapponese attivo nei servizi di sviluppo dei settori ad alta tecnologia, nel venture capital ma anche nella finanza d’assalto, che maneggia asset per circa 300 miliardi di dollari.

Il quotidiano della City di Londra sottolinea che SoftBank è per dimensioni e proiezione operativa una delle cosiddette “balene” della finanza mondiale, un market-mover le cui mosse sono prese come punto di riferimento dagli attori del settore ad esso più vicini. In altre parole, per settimane SoftBank ha piazzato continue opzioni “call”, titoli derivati che danno al possessore il diritto di comprare un’azione a un pezzo prefissato in un dato momento, per scommesse rialziste sui titoli del Nasdaq, puntando sul fatto che al momento delle scadenze delle opzioni stesse il valore reale dell’azione sarebbe stato più alto del prezzo pagato. E così è stato: il Nasdaq era già in volo, Apple (che ad agosto ha fatto segnare un +21%) ha sfondato 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione, Tesla da sola ha guadagnato ad agosto il 75%, arrivando a un prezzo per azione eccedente l’utile atteso di ben 1.100 volte. Come una stella con un pianeta, qualche corpo esterno faceva sentire la sua attrazione gravitazionale sul mercato: e quell’attore era SoftBank, non nuovo ad operazioni spericolate sui titoli ad alta tecnologia, desideroso di riscattarsi dopo aver visto un raffreddamento degli entusiasmi per il dossier dei legami con l’Arabia Saudita e il fallimento del progetto WeWork di una serie di hub immobiliari per start-up tecnologiche.

A inizio settembre, SoftBank si è accorto di aver fatto il passo più lungo della gamba e ha avviato un processo massiccio di switch verso scommesse ribassiste che hanno trascinato a terra gli indici. Le motivazioni possono esser state molteplici, o una combinazione di fattori: può aver giocato un ruolo l’incertezza economica che regna negli Usa, così come un cambio di aspettative per le trimestrali del big tech. Sicuramente, la presenza del fondo pensioni pubblico di Tokyo al quarto posto degli azionisti di SoftBank ha portato il gruppo a considerare anche l’incertezza politica legata alle dimissioni di Shinzo Abe.

Sicuramente, la manovra è stata eccessivamente brusca e ha prodotto una batosta durissima per le borse che si è riverberata sulla credibilità di SoftBank. Segnalando al contempo la problematicità di un mercato che soffre eccessivamente i colpi “laterali” di attori eccessivamente spregiudicati: Masayoshi Son, fondatore e mente di SoftBank, è celebre per essere un personaggio polarizzante. Capace al contempo di immaginare un piano che – a suo dire – dovrebbe ispirare l‘azione di SoftBank per i prossimi 300 anni ma anche di muoversi a colpi di scommesse e colpi di teatro. La brusca correzione di Wall Street ci ricorda quanto pericolose siano le bolle create con le scommesse speculative senza retroterra concreto nell’economia reale. E nell’era del Covid-19 le borse hanno a lungo brindato dopo aver trovato nella pandemia la chiave di volta per il rilancio della politica di quantitative easing globale, incentivazione del debito privato e corsa ai bail-out pubblici di aziende in crisi che è diventata la norma nell’ultimo decennio.

Secondo Mauro Bottarelli, analista finanziario de Il Sussidiario, il caso SoftBank insegna molto dell’approccio mediatico ai mercati finanziari. “Uno dei quotidiani più letti e autorevoli del mondo – dice l’analista – ammette candidamente che una parte sostanziale del rally tech tanto idolatrato dai media sia basato su una mega-scommessa speculativa di un singolo soggetto, fortemente a rischio di andare fuori controllo”. E nel mondo dell’informazione finanziaria ed economica poche sono le voci che si ergono, preoccupate, per approfondire la questione. C’è un grande senso di inquietudine che regna sui mercati globali: rientrare in una fase di acuta volatilità con pandemia e crisi non ancora alle spalle rischia di rendere problematica la ripresa a livello globale. Chissà, nei vari settori, quante potenziali SoftBank esistono: un cigno nero inatteso potrebbe far deflagrare una slavina ben più dannosa se l’economia dovesse portare in futuro segnali volgenti al peggio.

Ridai il sorriso ai sopravvissuti agli islamisti
DONA ORA