La Russia cresce ancora in un contesto in cui l’economia di guerra imposta dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 è ormai una realtà consolidata ma sullo sviluppo futuro del Paese incombono l’ombra dell’inflazione e il dilemma sul futuro prezzo del petrolio.
Il boost bellico alla spesa pubblica, la riconversione industriale verso la produzione militare, la spinta agli investimenti nelle periferie hanno creato tra il 2022 e il 2024 un effetto interessante nel Paese governato da Vladimir Putin: un sistema, sostanzialmente, su binari paralleli. Dove sul fronte interno la spesa pubblica trainava il rilancio del Pil, dei salari e dei consumi interni, dunque un ciclo positivo alimentato all’inizio anche dalla crisi globale dei prezzi energetici di cui Mosca si è approfittata. E sul versante strutturale prendeva piede una strategia strutturale di resistenza con cui la governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina pianificava la difesa del cambio del rublo e la tesaurizzazione delle riserve e della valuta pregiata ottenuta dall’estero per non far crollare la moneta russa, mantenendo al contempo tassi d’interesse stabilmente in doppia cifra per contenere l’inflazione.
L’economia di guerra, la crescita, la percezione dei cittadini
In sostanza, è come se il sistema Russia finora abbia retto proprio perché si era creato un circolo virtuoso: salari cresciuti più dell’inflazione grazie al combinato disposto tra la spesa per l’economia di guerra intrinsecamente espansiva da parte del governo e il rigorismo monetario sugli altri fronti della Banca centrale che portava a far crescere i primi e a mantenere bassa la seconda; aumento della fiducia dei consumatori e difesa della crescita macroeconomica dalla morsa delle sanzioni; parallelo effetto-sostituzione dell’apporto economico delle importazioni dall’Occidente con altri mercati di riferimento per evitare o aggirare le sanzioni facilitato dalla sostanziale stabilità interna.
I dati del 2024 hanno presentato un’economia russa in crescita di oltre il 4% e, nota il Financial Times, secondo il centro studi Levada “la percentuale di russi con una visione positiva delle proprie finanze ha superato quella con una visione negativa” dato che “i redditi reali sono inizialmente crollati dopo l’invasione, ma sono rimbalzati alla fine del 2022 e hanno iniziato a salire a tassi mai visti da oltre un decennio, secondo i dati Rosstat”, dato che “nemmeno un’inflazione cumulativa di circa il 30% in tre anni è riuscita a erodere i guadagni”.
Ad oggi, però, l’ombra della crescita in calo si staglia sulla Russia. Mosca prevede che il Pil vedrà una crescita anche nel 2025, ma a un tasso dimezzato al +2%, mentre il Fondo Monetario Internazionale riduce ulteriormente tale previsione al +1,5% quest’anno e al +0,9% nel 2026.
Pesano su questo calo delle previsioni due fattori. Da un lato, il calo del prezzo del petrolio a cui la stessa Mosca ha contribuito aprendo all’aumento della produzione in sede Opec+ e che risente anche delle tensioni commerciali globali. Un report della Banca centrale finlandese nota che “i proventi delle esportazioni di petrolio russo siano diminuiti del 14% su base annua nel primo trimestre del 2025, a causa sia della riduzione dei prezzi all’esportazione che dei minori volumi esportati”, in un contesto in cui “lo sconto sul petrolio russo rispetto a miscele simili è aumentato nel primo trimestre, raggiungendo una media di 12 dollari al barile” e a livello generalizzato “il valore delle esportazioni russe di beni e servizi si è contratto del 4% su base annua tra gennaio e marzo”.
Tra petrolio in calo e piena occupazione
Dall’altro, una dinamica strutturale: l’economia di guerra ha portato a un aumento del numero di posti di lavoro, e sostanzialmente la Russia si avvicina alla piena occupazione con un tasso di disoccupazione del 2,5%. Questo riduce i margini per un’espansione dimensionale della produzione e con un tasso d’interesse della Banca centrale al 21% senza nuove colossali iniezioni di denaro pubblico sarà difficile per le aziende contrarre prestiti per finanziare investimenti in conto capitale. In quest’ottica, con un’inflazione che aleggia attorno al 10% ogni prospettiva di crescita in declino rischia di incontrare le Forche Caudine dei rincari.
La guerra è stata un indubbio fattore-trainante dell’investimento russo e della crescita economica, ma come ogni fattore straordinario il doping sulla crescita che genera non può essere permanente. Ora, con mutate caratteristiche strutturali, la situazione ha raggiunto un limite. E la Russia dovrà gestire potenziali affanni mentre il conflitto continua e Mosca scommette sulla possibilità di proseguirlo, finanziarlo e vincerlo al tavolo delle trattative spuntando concessioni favorevoli. Per ora la relativa solidità del sistema-Paese alimenta ancora questa possibilità. Ma che così possa essere da qui ai prossimi mesi sarà tutto da dimostrare.
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