Il futuro dell’accordo sul grano tra Russia e Ucraina è appeso ad un filo. All’orizzonte c’è ancora un piccolo spiraglio, almeno a sentire le parole del grande mediatore Recep Tayyip Erdogan, secondo cui Vladimir Putin vorrebbe che “questo ponte umanitario continui”. Ad agosto i due leader dovrebbero incontrarsi in Turchia, con Ankara che spera ancora di favorire una fumata bianca così da rafforzare la propria immagine diplomatica in campo internazionale.

In ogni caso, al netto delle ambizioni di Erdogan, la realtà dice che Mosca ha sospeso la Black Sea Grain Initiative, conditio sine qua non per consentire l’esportazione di grano dai porti ucraini attraverso il Mar Nero. Il motivo del rifiuto del Cremlino coinciderebbe con il mancato rispetto degli impegni promessi alla parte russa. Nello specifico, le condizioni disattese riguarderebbero la riconnessione della banca agricola russa, Rosseljozbank, a Swift; la revoca delle sanzioni sui pezzi di ricambio per le macchine agricole; lo sblocco della logistica e delle assicurazioni sui trasporti; e lo sblocco dei beni e la ripresa dell’esercizio dell’oleodotto dell’ammoniaca, esploso il 5 giugno.

“L’Onu ha ancora tre mesi per realizzare l’accordo e ottenere risultati concreti”, ha detto a Radio Sputnik la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, spiegando che in tal caso Mosca discuterà nuovamente della ripresa delle esportazioni di grano.

La pista cinese

In attesa di capire che cosa accadrà all’accordo, e prima che la Russia facesse dietrofront sull’intesa, il The Kyiv Independent sottolineava come Mosca stesse attuando misure nelle regioni conquistate in Ucraina capaci di consentirle di esportare prodotti agricoli locali, compreso il grano, verso la Cina e altre destinazioni.

Gli strumenti software russi sono in grado di automatizzare il processo di raccolta e analisi delle informazioni sui prodotti agricoli, che possono quindi essere esportati al di fuori dell’Unione economica eurasiatica (Uee) guidata da Mosca. “L’introduzione di questi programmi consentirà di espandere la geografia delle esportazioni saccheggiate, in particolare verso la Cina”, ha spiegato il National Resistance Center di Kiev.

A maggio, l’Asia Times scriveva che il Cremlino stava accelerando la costruzione di un corridoio, il cosiddetto New Land Grain Corridor, nella sua regione dell’Estremo Oriente nel tentativo di esportare più grano nella Mongolia interna, nel nord-est della Cina. Sull’agenzia russa Tass si legge che Putin avrebbe incaricato il gabinetto e la banca centrale del Paese di elaborare un accordo intergovernativo al fine di aumentare l’export del suddetto grano oltre la Muraglia entro il primo ottobre, festa nazionale della Russia.

Il corridoio del grano

I media cinesi hanno affermato che, una volta risolti dazi, quote e problemi logistici, la Cina importerà più grano e orzo dalla Russia, in modo tale da ridurre la dipendenza dai prodotti agricoli strategici importati dai Paesi occidentali, tra cui Australia, Stati Uniti, Canada e Francia.

Certo è che l’idea di istituire il New Land Grain Corridor, che collegherà la Cina con i paesi dell’Unione Eurasiatica, era stata proposta per la prima volta da Pechino nel 2012, prima della guerra in Ucraina, per poi ottenere il sostegno di Putin e Xi Jinping nel 2016. La costruzione del Grain Terminal Zabaikalsk (Gtz), un impianto di trasbordo ferroviario al confine russo con la Mongolia Interna, è invece iniziata nel luglio 2020; lo scorso aprile, pare che questo terminal fosse completato al 75%.

Karen Ovsepian, amministratore delegato Gtz, ha dichiarato che gli investimenti totali nel programma New Land Grain Corridor ammonteranno a 500 miliardi di rubli e che il terminale – capacità di trasbordo fino a 8 milioni di tonnellate all’anno – aumenterà il commercio tra Russia e Cina, consentendo inoltre all’Estremo Oriente russo di guidare lo sviluppo delle regioni siberiane e degli Urali.

Non è da escludere l’eventualità che Mosca abbia scelto di accelerare sul corridoio in quanto impossibilitata a vendere i suoi prodotti agricoli attraverso l’iniziativa del Mar Nero per via delle sanzioni occidentali. La Russia potrebbe quindi aver sbloccato il suo granaio e bloccato l’intesa con Kiev, ben sapendo di poter vendere i propri prodotti in Cina, un Paese sempre più affamato di alimenti. Per la cronaca, secondo il China Center for International Economic Exchanges, Pechino sarà in grado di auto approvvigionarsi solo per il 65% del suo consumo alimentare nel 2035, rispetto a circa il 76% attuale.