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In seguito ad una guerra di prezzi e all’improvvisa epidemia, il prezzo del greggio al barile è precipitato sotto zero, rendendo il futuro del petrolio estremamente incerto. Il Covid-19 ha paralizzato i trasporti globali ed il commercio transnazionale, mentre le riserve di petrolio sulle navi cargo e nei magazzini si accumulano in fretta. Per questa congiuntura, il mercato del petrolio sta subendo una forte pressione, schiacciato tra un’offerta eccessiva ed una domanda ridotta.

Una tempesta perfetta

Prima di questa crisi, il mercato del petrolio stava già attraversando una fase di recessione da oltre dieci anni, sia a causa delle preoccupazioni per il cambiamento climatico dovuto alle emissioni di anidride carbonica, sia in seguito al boom del fracking americano per il petrolio di scisto (“shale oil”) che ha significativamente ridotto la dipendenza statunitense dal petrolio in senso tradizionale. In questo scenario, inoltre, l’OPEC non ha mai avuto realmente modo né voluto risolvere una crisi economica internazionale, né è stata in grado di manifestare un approccio concertato.

Cosa succede adesso?

Il futuro del settore energetico si prospetta difficile, con una stima di 100 miliardi di dollari di investimenti globali congelati o già annullati a causa del Covid-19 e del crollo dei prezzi. Da una situazione simile, inutile ripeterlo, non ci si riprende certo facilmente. La Royal Dutch Shell ha già ridotto i suoi dividendi per la prima volta dai tempi della seconda guerra mondiale. Il basso costo del petrolio potrebbe incentivare le spese relative alle infrastrutture e offrire nuove opportunità per sussidi governativi nei settori di energia rinnovabile, ricerca e sviluppo. Lo shale oil americano avrà probabilmente bisogno di un piano di salvataggio e verrà sottoposto a pressioni affinché la sua produzione venga ridotta.

Implicazioni geopolitiche

Supponendo che più avanti il mercato si stabilizzi e si riprenda in qualche modo, il petrolio del futuro scorrerà sempre più da ovest verso est, anziché in senso inverso come in precedenza, con enormi ripercussioni sul settore energetico e sui mercati finanziari, nonché sulla geopolitica, sull’economia e sugli affari esteri.

Gli Stati Uniti stanno già ritirando truppe, jet e batterie di missili Patriot dall’Arabia Saudita. Che si tratti di semplici operazioni di manutenzione o di una mossa per fare leva sul regno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha insistito affinché l’Arabia Saudita diminuisse la produzione di petrolio. Se gli arabi non lo avessero fatto, Trump avrebbe ritirato tutte le truppe statunitensi dal territorio. Il Congresso americano, e soprattutto i membri che avrebbero visto i propri distretti minacciati da una sovrabbondanza di petrolio, ha mostrato come l’Arabia Saudita non detenga alcun magico controllo sulla politica statunitense e come verrebbe invece abbandonata militarmente ed economicamente se non dovesse svolgere il proprio compito all’interno di questo binomio, considerando gli interessi economici degli Stati Uniti nel limitare la sovrabbondanza globale di petrolio e nel proteggere il settore petrolifero americano.

L’attuale crisi petrolifera mette a dura prova il rapporto fra Stati Uniti ed Arabia Saudita, dimostrando che sotto l’immagine dei rapporti idilliaci ci sia un rapporto decisamente meno positivo, nonostante i messaggi dei media e dell’amministrazione Trump e la fretta di lasciarsi alle spalle l’omicidio di Jamal Khashoggi.

Stati falliti

Molti paesi risulteranno pesantemente indeboliti, ed altri stati più piccoli potrebbero addirittura fallire in seguito al crollo del prezzo del petrolio. Quelli sottoposti ad ingenti sanzioni, come ad esempio Iran e Venezuela, faticheranno a bilanciare i loro servizi pubblici e le spese di sicurezza nazionale, raggiungendo potenzialmente nuovi livelli di instabilità e disordine.

Anche Nigeria, Messico ed Iraq destano particolari preoccupazioni, con le proprie difficoltà legate a cartelli di droga, criminalità ed estremismi. Quasi tutto il budget iracheno proviene infatti dal petrolio, e la Nigeria sta uscendo da una grave recessione economica mentre è impegnata nella costante lotta ai militanti islamici nel nord del paese. Il crollo del petrolio sottopone dunque tutti questi stati ad una forte pressione.

Un pulsante di riavvio

Come ha scritto Meghan O’Sullivan per Bloomberg, questa crisi petrolifera rappresenta in molti sensi un pulsante di riavvio geopolitico sotto mentite spoglie. Il passaggio al petrolio ha reso il Medio Oriente un’area di interesse per la geopolitica global. Ma ora gli Stati Uniti vogliono diventare loro stessi un paese esportatore grazie alla rivoluzione dello shale oil, e questo avrà inevitabilmente delle ripercussioni sulle relazioni con i paesi ricchi di petrolio. Il crollo del prezzo di oggi rappresenta un’opportunità per un ulteriore cambiamento.

Il crollo dei prezzi ed il recupero post coronavirus porteranno dunque a galla diversi paesi instabili e altrettante questioni geopolitiche; offriranno inoltre anche ampio potere decisionale a Cina, Stati Uniti ed India, che sceglieranno se concentrarsi sulla ricostruzione delle proprie economie, avvicinandosi a modelli nazionalisti, oppure se espandersi ed utilizzare tecniche di soft power per aumentare la propria portata a livello mondiale, aiutando altri stati in difficoltà a riprendersi e, potenzialmente, procurando assistenza e sicurezza militare a paesi in stato di parziale collasso.

La tempesta è in arrivo

Alcuni paesi come Iran e Venezuela dovrebbero già essere nel radar statunitense per ricevere assistenza, dal momento che la loro totale implosione non comporterebbe alcun cambiamento positivo all’interno del regime, bensì solo un’immensa sofferenza umanitaria e caos a livello regionale. Gli Stati Uniti si trovano in una posizione privilegiata che è tuttavia ancora esposta a dei rischi, come è stato osservato, in base agli andamenti dei mercati petroliferi.

Esistono opportunità di cooperazione a livello globale per supportare la ripresa dal collasso del petrolio e anche altrettanti rischi di ulteriore instabilità e drastici cambiamenti negli schieramenti politici. Un aspetto positivo è che gli Stati Uniti ed il mondo occidentale potrebbero iniziare a rivalutare con più attenzione il ruolo del petrolio mediorientale all’interno dei mercati e delle economie nazionali.

Come ha scritto con ottimismo Serkan Birgel per TRT World, “in futuro, se la ‘dipendenza’ dal petrolio mediorientale avesse mai fine o diventasse comunque meno centrale, o anche se i rapporti fra stati venissero considerati perlopiù in un’ottica di concorrenza commerciale, forse sarebbe il caso di mettere in discussione le libertà concesse alle varie dittature e teocrazie autoritarie profane all’interno della regione”.

Traduzione a cura di Stefano Carrera

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