“We shall never surrender“: nel Regno Unito le parole scandite da Winston Churchill nell’ora più buia della seconda guerra mondiale sono diventate la dichiarazione di intenti con cui la cittadinanza e le autorità hanno condotto la sfida contro il Covid-19. Una guerra che ha conosciuto fasi di incertezza, come i problematici tentennamenti iniziali di Boris Johnson sull’adozione di misure restrittive, veri e propri disastri, come la silenziosa strage nelle case di riposo divenute epicentro del contagio in tutto il Paese, e momenti luminosi, come la campagna di raccolta fondi animata dal veterano di guerra Tom Moore, recentemente scomparso. E che nella vaccinazione di massa condotta dalle autorità nelle ultime settimane sta avendo il suo punto di svolta,

Una strategia vincente

Nelle guerre gli inglesi sanno sopportare rovesci e disfatte, ma puntano alla vittoria finale: e così sembra essere anche nella sfida al Covid-19. Sono quasi 18 milioni le dosi di vaccino somministrate nel Regno Unito, Paese che corre veloce verso l’immunizzazione massiccia dei suoi cittadini sulla scia dell’esempio da record di Israele e che potrà pensare alla fine graduale delle misure restrittive e alla riapertura di scuole (di ritorno in presenza l’8 marzo) e attività produttive e a un conseguente rilancio dell’economia. Dopo 120mila morti e molti problemi interni, Johnson e il Segretario alla Salute Matt Hancock hanno annunciato la volontà di portare avanti “graduali, irreversibili processi” verso il ritorno alla normalità. I contagi e i decessi, che il 27 gennaio avevano raggiunto un picco di quasi 1.800 unità in un giorno, sono crollati dell’80% all’avanzare della campagna vaccinale.

Il più urgente “Recovery Plan” di cui i Paesi hanno bisogno è una vittoriosa campagna vaccinale: e le previsioni di crescita di Londra lo sembrano confermare. A fine 2020 il Pil del Regno Unito era di dieci punti inferiori alla quota totale del 2019, uno shock recessivo record per il Paese e le previsioni lasciavano intendere una ripresa che non avrebbe garantito lo stesso livello di produzione prima del 2024. Ebbene, secondo i dati raccolti dalla società di consulenza Ernst & Young, il volano dei vaccini accelererà la ripresa del Paese. Come riporta Il Messaggero, Ey segnala nelle sue previsioni che Londra “vede la luce in fondo al tunnel, con un ritorno alla crescita del Pil del 5% nella seconda parte del 2021 e del 6,5% nel 2022. Ancora più ottimisti gli analisti di Goldman Sachs, che nonostante l’effetto Brexit, vedono l’economia Uk crescere del 7% nel 2021. Quasi il doppio dell’Europa”. Il tutto nonostante l’ufficializzazione della Brexit, l’avvio della fase “autonoma” di Londra, le previsioni catastrofiste che vedevano un declino irreversibile come destino per il Regno Unito. Il risultato della campagna di vaccinazione di massa e dell’effetto moltiplicatore che scatenerà, secondo Ey, sarà un ritorno ai livelli economici pre-Covid per il terzo trimestre del 2022, due anni prima del previsto.

Londra prepara politiche espansive

In un certo senso, Johnson ha appreso la lezione sulla necessità di salvare necessariamente le vite per poter salvare l’economia, troppo spesso dimenticata a inizio pandemia dai leader del Nord Europa. Il Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak sta nel frattempo ultimando i lavori col suo staff per la nuova manovra emergenziale che il governo presenterà il 3 marzo prossimo e che nelle previsioni incorporerà segnali ottimistici sulla riapertura dell’economia. Tra l’anno scorso e quello in corso si prevede che il Regno Unito incrementerà il proprio deficit di 350 miliardi di sterline, il 17% del Pil pre-pandemia, per misure finalizzate a sostenere i settori in crisi, rafforzare il National Health Servicefornire ossigeno a lavoratori in difficoltà e al welfare e, in prospettiva, alimentare i piani di rilancio che il governo Johnson immagina per il futuro e che comprendono massicci investimenti in infrastrutture e un ambizioso progetto di transizione ecologica capace di coinvolgere settori che vanno dall’eolico all’auto elettrica.

Il “modello Draghi” sul salvataggio delle imprese in crisi è quello che BoJo e Sunak potrebbero essere spinti a mettere in campo nei mesi a venire, evitando il salvataggio di aziende decotte o in crisi irreversibile ma puntando piuttosto sul ritorno alla normalità per scongiurare un’ondata di default sui prestiti garantiti dal governo, che la Resolution Foundation ritiene ammontanti a 45 miliardi di sterline, e fare sì che i lavoratori a rischio (2 milioni in tutto) possano in larga misura beneficiare delle riaperture.

L’Europeo, banco di prova del nuovo Regno Unito?

Alle riaperture è probabile faccia seguito un successo economico e di immagine non secondario. L’avanzata travolgente del piano vaccinale britannico, che il governo Johnson immagina di concludere entro il 31 luglio, è guardato con interesse dalla Uefa, che ad aprile dovrà decidere sulle modalità di svolgimento degli Europei di calcio previsti per l’estate 2020 in forma itinerante, in dodici città europee, con fase finale nella cattedrale dello sport britannico, Wembley. Ebbene, le difficoltà sul fronte epidemiologico e le diverse velocità del contagio nei vari Paesi rendono assai complesso il mantenimento di questa ipotesi e aprono alla prospettiva che un solo Paese ospiti la rassegna.

E il Regno Unito, in cui si studiano misure di riapertura degli stadi, appare in testa alla lista dei possibili candidati, come di recente anche il Sunday Times ha ipotizzato. La logistica favorevole, in questo caso aiuta, come ricorda anche Il Messaggero: “Solo a Londra ci sono quello dell’Arsenal, del Chelsea, del West Ham, del Tottenham e chiaramente Wembley. Ma basta allargare il raggio per trovare i due di Manchester, quello del Liverpool. In Scozia c’è Murrayfield oltre a Celtic Park e Hampden (già previsto nei 12 itineranti). In Galles quello del Cardiff. Infine in Irlanda del Nord ci sarebbe Windsor Park. Nessun problema nemmeno per le 24 Nazionali che potrebbero disporre di centri sportivi all’avanguardia”. Il calcio sarebbe, in questo caso, in primo luogo un importante terreno di rafforzamento del soft power britannico, che attorno all’Europeo potrebbe costruire la narrazione del “ritorno alla normalità”, ma fornire un’ulteriore boccata d’ossigeno sotto forma dell’indotto economico garantito dagli Europei qualora un moderato afflusso di tifosi fosse consentito. Un vero e proprio sgambetto all’Italia, che invece sembra indietro anche nella possibilità di organizzare le partite sul proprio territorio in assenza di un piano vaccinale adeguato alla gestione di eventi internazionali.

Insomma, il vaccino, che Londra ha saputo strategicamente e cinicamente controllare puntando sull’origine nazionale del siero AstraZeneca e sull’efficacia delle filiere Pfizer dirette nel Paese, è un vero e proprio “ombrello atomico” sulle economie europee colpite in maniera più dura dalla pandemia. E un volano per la tenuta del governo di BoJo, che dopo aver temuto attacchi e sfide alla sua posizione nell’ora più buia della pandemia, è ora di nuovo saldamente in testa all’esecutivo e nei sondaggi torna a staccare gli avversari laburisti. E in Europa molti non possono fare altro che prendere appunti sulla pragmatica e rapida strategia britannica.

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