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Niente invasioni o sbarchi. Chi si aspettava che la Cina potesse reagire brutalmente alla visita di Nancy Pelosi a Taiwan era fuori strada. Attenzione però, perché Pechino ha trasformato gli avvertimenti lanciati nei giorni precedenti all’indirizzo degli Stati Uniti in esercitazioni militari senza precedenti, con tanto di lancio di “proiettili di precisione” verso l’isola. Guai, dunque, a definire l’incontro tra Pelosi e la presidente taiwanese, Tsai Ing Wen, un successo diplomatico a stelle e strisce.

Il motivo è presto detto: i funzionari della Repubblica Popolare, forti dei loro calcoli e sicuri di sé, sono pronti a vendicarsi a loro modo. Quale? Intanto impegnandosi in delicate manovre nei pressi dell’agitatissimo Stretto di Taiwan, poi attivando le leve economiche e commerciali, ben sapendo che i rapporti con la “provincia ribelle” sono abbastanza corposi, al punto da generare una buona fetta del pil complessivo di Taipei.

Se è vero che gli Stati Uniti hanno tirato la corda, Pechino è pronto ad utilizzare quella stessa corda per stringere un cappio attorno all’isola. Secca la replica taiwanese: “Non vogliamo l’escalation, ma non arretreremo quando si tratta di sicurezza e sovranità”. Detto altrimenti, Taiwan ha fatto sapere di rispettare “il principio di prepararsi alla guerra senza volerla”. Il Ministero della Difesa taiwanese ha inoltre comunicato che 22 aerei militari cinesi sono entrati nello spazio di difesa aerea di Taiwan, precisando che tutti i velivoli hanno attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan. A violare lo spazio aereo di Taipei sono stati otto J-11, 12 Su-30 e e due J-16.



La mossa della Cina

Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha affermato che le contromisure “specifiche della Cina contro la visita di Pelosi nella regione di Taiwan saranno risolute, energiche ed efficaci”, aggiungendo che le autorità competenti di Stati Uniti e a Taiwan “se ne accorgeranno costantemente”. I primi indizi sul tipo di risposta che intenderà adottare Pechino, una risposta efficace soprattutto nel medio-lungo periodo, non sono tardati ad arrivare. La Repubblica Popolare ha infatti bloccato l’esportazione di sabbia naturale a Taiwan e le importazioni di agrumi e alcuni prodotti ittici dall’isola. Che importanza può avere la sabbia naturale? È utilizzata per estrarre silicio, a sua volta impiegato nel processo di fabbricazione dei semiconduttori, dei quali Taipei è tra le principali produttrici al mondo. La mossa della Cina è però soltanto un inizio, visto che un eventuale ban su alcune terre rare avrebbe avuto un impatto economico ben più pesante.

In ogni caso, questa mossa secondo Taipei avrà un impatto “limitato” poiché negli ultimi anni la domanda rappresenta meno dell’1% per quanto riguarda il gigante asiatico. Congelate fino a data da destinarsi anche le importazioni cinesi di pompelmi, limoni, arance e altri agrumi e di due tipi di prodotti ittici. Per le autorità doganali cinesi lo stop alle importazioni di agrumi è dovuto ufficialmente a “residui eccessivi di pesticidi”, mentre la sospensione delle importazioni dei prodotti ittici viene motivata con la “prevenzione contro il Covid”.

Allo stesso tempo, l’ufficio cinese per gli Affari di Taiwan ha annunciato che vieterà alle società e ai privati della Cina continentale di intrattenere rapporti finanziari con due fondazioni taiwanesi, la Fondazione per la democrazia di Taiwan e il Fondo per la cooperazione e lo sviluppo internazionale di Taiwan. L’agenzia doganale cinese ha inoltre aver inserito nella sua black list oltre 100 marchi alimentari taiwanesi per non aver rinnovato la registrazione per l’esportazione.

Il peso di Pechino

Per Taiwan il problema più grande è rappresentato dalle statistiche. La Cina è il primo partner commerciale di Taiwan. Nel 2021 le esportazioni dell’isola verso la Cina continentale e Hong Kong hanno toccato i 188,9 miliardi di dollari, a conferma del pesante interscambio economico esistente tra le due realtà. Alicia García-Herrero, capo economista dell’Asia Pacifico presso Natixis a Hong Kong, ha spiegato al sito Al Jazeera che la sospensione delle importazioni di frutta e pesce avrà presumibilmente un effetto trascurabile sull’economia di Taiwan. Al contrario, l’arresto delle esportazioni di sabbia – da tempo sull’isola c’è carenza di sabbia e ghiaia – potrebbe avere un impatto significativo, visto che l’edilizia è diventata un’importante fonte di crescita economica durante la pandemia, e il suo impiego nel campo dei semiconduttori.

Sia chiaro: in questo modo la Cina danneggerà Taiwan, ma non al punto da farla capitolare. Un’ipotesi del genere è da prendere in considerazione nel caso in cui Pechino dovesse vietare la sua più grande importazione da Taipei: i semiconduttori. Una simile mossa andrebbe però a rovinare anche la Cina stessa, dal momento che numerose aziende cinesi fanno affidamenti sui semiconduttori taiwanesi.

Il Financial Times ha scritto che le importazioni sospese dalla Cina coprono 35 categorie, tra cui pesce e frutti di mare, oli commestibili, agrumi, biscotti e torte. Sono state inoltre colpite società quotate in borsa, come il produttore di noodle istantanei e salsa di soia Ve Wong e Chi Mei, che produce cibi surgelati. All’inizio del 2021 la Cina aveva bandito gli ananas taiwanesi, per poi aggiornare la lista con mele cerate, alla crema e cernia. Attenzione però, perché anche se la Cina ha a lungo rappresentato un importante mercato di esportazione per i prodotti agricoli e ittici provenienti da Taiwan, tali spedizioni ammontano a soli 200 milioni di dollari all’anno, una frazione delle esportazioni complessive di Taipei verso Pechino. Dando un’occhiata ai dati più recenti, Taiwan ha importato 5,7 milioni di tonnellate di sabbia e ghiaia nel 2020, oltre il 90% dalla Cina. Secondo le statistiche del governo, la sabbia naturale rappresentava l’8% del totale.

Isolare Taiwan

La grande battaglia commerciale non ruota attorno a prodotti agricoli, pesca e sabbia, bensì ai semiconduttori, una categoria che, come spiegato, per adesso è stata risparmiata dalla vendetta cinese. L’eredità della visita di Pelosi potrebbe comunque mettere a rischio una discreta fetta del pil totale di Taiwan. Basta leggere alcuni numeri: a Taipei l’export, che vale complessivamente 447miliardi di dollari, conta per circa il 70% del prodotto interno lordo dell’isola. Il 28% di queste esportazioni, pari a circa 126miliardi di dollari, sono dirette verso la Cina, mentre il 14%, ovvero 63miliardi, verso Hong Kong. Cosa potrebbe succedere se Pechino decidesse di chiudere i rubinetti economici? Teoricamente il 28% del pil di Taiwan rischierebbe di evaporare come neve al sole.

Non significa che la Repubblica Popolare attiverà una leva del genere, anche perché, lo abbiamo sottolineato, facendo così andrebbe a danneggiare anche se stessa. Il Dragone potrebbe, semmai, muovere la leva gradualmente, concentrandosi nel frattempo a migliorare il proprio settore dei semiconduttori, in modo tale da smarcarsi da Taipei. Fatto sta che la Cina assorbe più del doppio delle esportazioni di Taiwan rispetto agli Stati Uniti, e nel 2021 il commercio bilaterale tra i due poli è salito del 26% a 328,3miliardi di dollari. È bene, infine, sottolineare che negli ultimi tre decenni le aziende taiwanesi hanno investito quasi 200 miliardi di dollari in Cina. AP ha evidenziato come imprenditori, ingegneri e altri professionisti siano emigrati sulla Mainland per scopi lavorativi, la maggior parte reclutata da produttori di chip cinesi e da altre aziende desiderose di mettersi al passo con Taiwan. Accanto alla pressione economica, la Cina ha scelto anche di attuare esercitazioni militari attorno all’isola. Un binomio letale che potrebbe generare un gigantesco effetto domino.

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