Globail bailout: così il Financial Times, il quotidiano di riferimento per gli studiosi e gli operatori economici di tutto il mondo, ha riassunto la prospettiva che ritiene plausibile per le politiche messe in campo dai Paesi di tutto il mondo, Stati Uniti in prima linea, contro la recessione da coronavirus. E se forse è una voluta esagerazione affermare, come fa il quotidiano della City di Londra, che tutti i 4,5 trilioni di dollari che amministrazione Trump e Fed metteranno sul piatto per salvare l’economia finiranno nel “salvataggio globale” delle imprese multinazionali destinate altrimenti a schiantarsi, certamente la provocazione coglie il punto.

Ovvero stimolare alla riflessione: in che misura le politiche messe in campo dai governi aiuteranno l’economia del pianeta a risollevarsi piuttosto che contribuire a tappare le falle di un modello dominante rivelatosi inefficace? Rilanceranno la crescita e l’occupazione o alimenteranno solo il tentativo estremo di sistemare lo scenario problematico dell’economia finanziarizzata e dopata da un decennio di intervento delle banche centrali a favore delle borse? E soprattutto: come potranno molte imprese paladine di questo modello tornare a operarvi dopo che si sarà reso palese la loro completa dipendenza dagli Stati in questa fase?

Più che di bailout si dovrebbe forse in questo caso parlare di takeover: gli Stati potrebbero entrare in campo in diversi settori per restarci. Sulle colonne del Ft si elencano interi settori, come quello delle crociere, dei trasporti aerei, del turismo, delle catene di hotel, che nel 2020 rischiano di risultare completamente azzerati. Altri sono stati sovvertiti dall’improvviso blocco delle catene logistiche mondiali: l’auto e la cantieristica sono tra questi.

Non è un caso che il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire ha dichiarato in queste circostanze che Parigi è pronta, se necessario, a operare nazionalizzazioni a tempo indeterminato di imprese strategiche e che nel pacchetto di aiuti promesso dal governo tedesco di Angela Merkel si ipotizzi la creazione di un fondo capace di rilevare quote di società a rischio di scalata stranieraBoris Johnson, nel Regno Unito, aveva già anticipato i tempi promuovendo il ritorno del controllo governativo su Northern Rail e, al contempo, ha messo sul campo decine di miliardi di sterline per risolvere una possibile emergenza economica.

Anche nel maxi-pacchetto negoziato al Senato statunitense da repubblicani e democratici l’ipotesi del maxi-bailout è scritta nero su bianco, con l’opzione di fornire decine di miliardi di dollari alle compagnie aeree e agli altri business in crisi. La Federal Reserve potrebbe andare oltre, arrivando ad acquistare i titoli e le azioni corporate a Wall Street.

La correzione delle distorsioni del sistema avverrà al prezzo di decine di miliardi di dollari. Ma la risposta non potrà richiamare quanto accaduto dopo la Grande Recessione, in cui al bailout delle istituzioni finanziarie mandate al tappeto dal crollo delle borse non si affiancò un adeguato cambio di paradigma nella governance delle loro attività a livello globale. Ora che la globalizzazione annaspa e con esse il modello di un’impresa radicata nella finanza e distante dall’economia reale i governi devono fornire liquidità ad aziende finite senza disponibilità di margini di manovra per la paralisi del loro ramo operativo. Ora la sfida da vincere sarà far tornare quest’ultimo ramo predominante: su questi termini si giocherà la reale risposta a una crisi che ha richiamato le autorità pubbliche a sostegno dell’economia.